Modena. Le Passioni abbattute: addio al piccolo gigante del teatro italiano

Si sta completando lo smantellamento della sala di via Buon Pastore «Spezza il cuore smontarlo, senza celebrarlo a causa dello stop per Pandemia»

Modena. Era il 1999 quando, con lo spettacolo “Zio Vanja” di Federico Tiezzi, cominciava l’avventura del Teatro delle Passioni, una struttura pensata come spazio che, nell’attesa che fosse costruito l’erede del teatro San Geminiano (smobilitato nel 1997), potesse ospitare temporaneamente l’attività teatrale di ricerca a Modena. Da allora in realtà di tempo ne è trascorso parecchio, tanto che quel capannone è divenuto un luogo fondamentale nella storia del teatro italiano, nel cuore di teatranti e spettatori, per la sua unicità come ambiente e per la straordinarietà dell’attività artistica che ha non solo ospitato, ma anche promosso e sviluppato.

Come oggi ricordano i tanti grandi artisti (i grandi, certo, ma altrettanto i molti “minori” che qui hanno trovato spazio per la loro creatività e costituiscono un serbatoio fondamentale nel panorama complessivo), alcuni dei quali hanno accettato di lasciarci un pensiero personale, come Elio De Capitani del Teatro dell’Elfo che ci racconta come “Noi lo portiamo non solo nel cuore ma anche in tour da 13 anni. A luglio 2019 era con noi al Napoli Teatro Festival, a ottobre a Milano... La scena del nostro “Angels in America” è la riproduzione del Teatro delle Passioni dove abbiamo debuttato”; ma anche Umberto Orsini, legato alle Passioni dall’allestimento del “Nipote di Wittgenstein” nel 2001, Mariangela Gualtieri e Cesare Ronconi del Teatro della Valdoca, che nei suoi spazi hanno vissuto tanti momenti importanti, Theodoros Terzopoulos, il grande regista greco ospite di diverse edizioni di Vie Festival, Luca Lazzareschi, che ricorda quanto fondamentale sia stato per lui l’incontro con le Passioni, Daria Deflorian regista, fra l’altro, con Antonio Tagliarini, di “Chi ha ucciso mio padre”, l’ultima produzione proposta in prima assoluta alle Passioni a febbraio, subito prima del lockdown, e Lino Guanciale, che rivela quanto sia emotivamente e artisticamente legato a questo spazio veramente particolare.

«Tutti coloro che vi hanno lavorato ci hanno lasciato un pezzo di cuore» ci confessa Lello Formicone, che ne è stato responsabile esecutivo i primi anni e ne ha partecipato alla nascita seguendo il progetto dell'architetto Carlo Armani, «il clima che si veniva a creare con gli artisti non ha eguali, perché lì ci si viveva, in un rapporto di piena collaborazione a tutti i livelli, e per tutti si è trattato di un'occasione di crescita professionale impagabile, per cui spezza il cuore smontarlo in questo periodo di pandemia che in pratica ci impedisce di lasciarlo celebrandolo nel modo adeguato». Come lui, Fabrizio Orlandi, che gli è succeduto nell'incarico ma era stato pure una delle anime del San Geminiano, rammenta il forte spirito di collaborazione fra tutti coloro che vi hanno lavorato, artisti, tecnici, il personale del teatro. Ricorda pure come a livello istituzionale ogni anno ci si sentisse dire «questo è l’ultimo anno» ed invece si sia arrivati fin qui, ma non può innanzi tutto scordare come «l’anno del terremoto il teatro venne dichiarato sicuro dagli organi tecnici per cui fu in grado di ospitare un’edizione tutta particolare di Vie Festival, a giugno, per vivere l’emozione di vedere arrivare spettatori dalla Bassa, Mirandola, San Felice, che alla fine degli spettacoli dicevano: grazie, perché questo ci dà una speranza».


A questo punto siamo fermi all'ultimo comunicato del Comune di Modena che a maggio diceva «nell’ambito dell’intervento di rigenerazione urbana dell’ex Amcm, si torna a lavorare alla realizzazione della nuova sala teatrale di Ert, comprensiva di camerini, foyer con biglietteria e guardaroba. L’intervento, del valore complessivo di cinque milioni di euro (primo stralcio dell’intero progetto), prevede anche un bar ristorante con soppalco e accesso sul terrazzo, oltre alle opere di adeguamento sismico e antincendio e alle opere impiantistiche». Si vedrà. In ogni caso la struttura, che si sta smantellando, non sarà più la stessa. E di certo questo tipo di struttura, che ha convogliato su Modena lo sguardo di tutto il mondo ed altrettanto si è aperta all'esterno, può essere solo pubblica, perché il privato non potrebbe mai avere la forza di sostenere un progetto che a questi livelli possa investire senza averne un adeguato ritorno economico, mentre questi sono investimenti i cui frutti vanno valutati sul piano sociale, culturale.

Come da sempre predica quello che fu il suo ideatore, Pietro Valenti, che dice che «i comuni e il ministero dovrebbero dar vita a teatri come è stato le Passioni un po' ovunque, in Italia, in particolare nelle zone periferiche, svantaggiate». —
 

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