«Dagli esempi della storia i segnali di speranza per superare questa crisi»

Federico Rampini questa sera protagonista dell’incontro interattivo promosso da Bper  presenta il nuovo libro che racconta importanti momenti di svolta vissuti nel passato 

intervista

ALICE BENATTI


«Ho raccontato storie di tragedie collettive, sconfitte, decadenze accomunate dall’essere seguite da ‘miracoli’ – spiega Federico Rampini, corrispondente della «Repubblica» da New York – non sono uno storico ma un viaggiatore, un raccontatore e divulgatore. Ogni capitolo si conclude con un elenco delle mie letture, è un libro che invita a leggere altri libri, senza dubbio». Si chiama “I cantieri della storia” e l’autore lo presenterà questa sera alle 21 in uno streaming interattivo sulla pagina Facebook "BPER Banca Forum Monzani" e sulla home page del sito www.forumguidomonzani.it. Noi lo abbiamo chiamato negli Stati Uniti per farcelo raccontare in anteprima.

Quali sono i “cantieri della storia” che possono servirci da esempio ed incoraggiamento per affrontare la profonda crisi che stiamo affrontando?

«Il libro è un messaggio di speranza perché in questo momento è la cosa che ci serve di più. E la speranza in questo caso viene proprio dagli esempi del passato, tragedie della storia che sono sempre state seguite da rinascite e che quindi sono andato a raccontare perché oggi ci possono dare delle lezioni preziose. L’archetipo è la caduta dell’Impero romano, interessante soprattutto per alcune analogie sul ruolo del cambiamento climatico e delle pandemie. E poi c’è un finale a sorpresa positivo che è la storia dei monaci che conservano la cultura degli antichi, riuscendo a salvare dalla distruzione e dall’oblio i grandi testi della cultura greca. Tutti gli altri capitoli poi si riferiscono a episodi più recenti».

Ce ne anticipi qualcuno…

« La Guerra civile americana, momento essenziale per capire l’America di oggi. La grande depressione, madre di tutte le crisi economiche, perché capire il modo in cui se ne uscì è fondamentale oggi per affrontare la crisi economica grave che stiamo vivendo. Il Piano Marshall, una bellissima storia di ricostruzione che abbiamo bisogno di studiare visto che il Recovery Fund europeo porrà problemi molto simili a quelli di quel piano di aiuti economici-finanziari. E, ancora, la rinascita della Francia negli anni Cinquanta, quella del Giappone e della Cina dopo piazza Tienanmen. Sono storie molto diverse fra loro accomunate però dall’essere tutte tragedie con un finale positivo».

In che modo il Piano Marshall può illuminare il dibattito attuale sul Recovery Fund nell’Unione Europea post-pandemia? Quali insegnamenti ci sarebbero utili oggi?

«Intanto la premessa è che il Recovery Fund potrebbe essere addirittura superiore al Piano Marshall, in proporzione al PIL. E bisognerà sapere usare bene quei soldi quando arriveranno. Lo stesso problema si pose anche per il Piano Marshall in termini molto simili: tutte le diffidenze, i sospetti degli americani sulla capacità dell’Italia di usare bene quei fondi, preannunciavano quelli che sono oggi i sospetti di alcuni Paesi del nord Europa su di noi. Sono andato a rileggermi le pagine di un grande italiano del dopoguerra, Luigi Einaudi, che fu governatore della Banca d’Italia e poi Presidente della Repubblica. Lui, che era un po’ uno dei garanti presso gli americani, era preoccupatissimo che la burocrazia italiana intralciasse la ricostruzione del Paese».

Lei scrive che “è la reazione collettiva alla sciagura a stabilire se una comunità ne esce fiaccata oppure purificata e rinvigorita”. Che aspettativa ha sulla nostra, di reazione, a questa crisi?

«Ci sono stati dei momenti in cui gli italiani hanno riscoperto anche un certo orgoglio nazionale. Io vivo negli Stati Uniti ma quest’estate sono tornato per le vacanze in Italia e c’era una certa fierezza per aver saputo rispettare le regole e aver dato prova di disciplina. Purtroppo il clima attuale mi sembra già peggiorato ma è proprio di quello che c’è bisogno. Mi spiego: le storie che io racconto nel libro, ad esempio quella del generale De Gaulle in Francia, insegnano che la vera capacità di questi leader è proprio quella di restituire autostima ai popoli che l’hanno persa».

Come commenta l’elezione di Biden? Che aria si respira in queste settimane in un’America che sembra ancora “spaccata” tra i due ormai ex candidati presidenti?

«E una fase ancora incerta, confusa, piena di tensione. Il comportamento di Trump non aiuta perché i suoi seguaci, a furia di essere indottrinati dalle sue menzogne, si stanno convincendo che l’elezione è stata rubata. E questa è una pessima cosa per la democrazia americana. Nel libro in un capitolo racconto la guerra civile americana, che fece 700mila morti, più morti americani della Prima e della Seconda Guerra Mondiale messe insieme. Ecco, in quelle pagine ci sono tutte le radici dei problemi dell’America di oggi ma anche la sua capacità di risollevarsi quindi io sono fiducioso che ce la farà anche questa volta. Tornando alle elezioni sono convinto che, nonostante quello che può dire Trump, il 20 gennaio un altro prenderà il suo posto. Una differenza comunque non da poco se pensiamo a cos’è oggi l’alternativa: una Cina dove il Presidente si elegge da solo».

Con Biden cambieranno i rapporti con la Cina?

« La differenza vera è che Biden cercherà di costruire un’alleanza con gli europei per ottenere di più dalla Cina. Ma i rapporti cambieranno meno di quello che si crede perché il problema Cina non lo ha inventato Trump, anzi è stata una delle intuizioni positive di Trump. Un giorno quando ce ne saremo liberati – e sarà una vera liberazione - bisognerà anche avere l’oggettività di riconoscere che sulla Cina lui ha avuto abbastanza ragione. E questo i democratici glielo riconoscono».

In un mondo che sarà sempre più polarizzato tra Cina e Stati Uniti, l’Italia secondo lei che ruolo giocherà? Dovrà schierarsi?

« Siamo in una seconda Guerra Fredda quindi sarà difficile non prendere posizione. Sì, bisognerà schierarsi. La pressione per stare da una parte o dall’altra sarà sempre più forte». —