Modena. «Se volete salvare il mondo o un’azienda andate sul sicuro se puntate sulle donne»

Annalisa Corrado domani alle 18 presenta il suo libro sul canale della Fondazione Del Monte 

intervista

ALICE BENATTI


«Ci hanno sempre voluto tenere a casa con la scusa che noi donne siamo brave a curarci delle persone ma in realtà siamo brave anche a curarci dei Paesi, dei territori, delle aziende».

Ne è convinta Annalisa Corrado, l’ingegnere meccanico co-portavoce di Green Italia, che nel suo libro “Le ragazze salveranno il mondo” ha raccontato le donne che hanno fatto della difesa dell’ambiente la loro battaglia. Dalla “mamma” dell’ambientalismo scientifico Rachel Carson al premio Nobel Wangari Maathai, dalla “battagliera” democratica Alexandria Ocasio-Cortez alla giovanissima coraggiosa Greta Thunberg. Ma se spostiamo lo sguardo sull’Italia, Corrado potrebbe essere senza dubbio una di quelle “ragazze”, lei che ha contribuito all’ideazione e promozione di diverse campagne come “Prima del diluvio”, “Basta Amianto”, “Stop Climate Fake” e “Occhiali Verdi” e che, oggi, è responsabile di progetti innovativi per la società ESCO AzzeroCO2 e per l’associazione Kyoto Club (da conoscere il progetto “#GreenHeroes”, ideato assieme ad Alessandro Gassmann). Domani, alle 18, presenterà il suo libro nel corso di un evento digitale tutto al femminile in diretta sul canale YouTube della Fondazione Mario Del Monte.

Partiamo dal titolo. Sarà dunque una battaglia femminile quella per la salvezza del pianeta?

«Il titolo è volutamente provocatorio, le lotte di cui parlo nel libro sono sicuramente intersezionali: hanno bisogno di tutti. Essendo il nostro un Paese con un linguaggio fortemente maschilista, di solito siamo noi ad essere incluse in un plurale maschile. Dunque, in questo caso, se i ragazzi vorranno darci una mano a salvare il mondo ne saremo felicissime, ma speriamo che per una volta possano sentirsi a loro agio in un plurale femminile. Inoltre nel libro propongo una “chiave” femminile vincente alla mobilitazione e alla leadership che è assolutamente ben rappresentata dalle donne che racconto ma che sarebbe utile ovunque e a chiunque».

Quali sono le qualità che costituiscono questa “chiave” femminile?

«Una leadership condivisa, partecipata, uno sguardo sistemico che non lascia indietro nessuno, che si occupa anche di cose che gli altri considerano “sottili”. E’ lo sguardo femminile sul mondo, che secondo me ha molto a che vedere con l’ecologia. E per il libro, che vuole essere un libro di battaglia, sono andata a cercare le donne che hanno ispirato di più me».

Alcune delle donne di cui racconta sono molto conosciute, altre lo sono molto meno note di quanto meriterebbero. Ci parli di qualcuna di questo secondo gruppo…

«Rachel Carson e Wangari Maathai sono donne a cui, a mio avviso, dovrebbe essere dedicata una strada in ogni città. Carson è la madre dell’ambientalismo scientifico e, a seguito della sua azione di scienziata e di divulgatrice, non solo negli Stati Uniti è stato messo al bando il DDT - biocida in grado di intossicare una grandissima parte degli esseri viventi con cui veniva in contatto – ma sono nate le prime associazioni ambientaliste radicate nel mondo scientifico come Greenpeace. Mi ha fatto piacere raccontare la sua storia perché anche nell’ambito ecologista è poco nota, quando invece dovrebbe essere una “madre costituente”. L’altra, Wangari Maathai, è una donna monumentale. Oggi diciamo tanto che la battaglia per la giustizia ambientale e quella per la giustizia sociale devono stare insieme, ma facciamo fatica a spiegare in che modo. Ecco, con la sua vita lo ha dimostrato in maniera brillantissima».

Come?

«Ha iniziato a parlare con le donne dei territori agricoli del Kenya, che venivano sfruttati dalle multinazionali con il beneplacito del dittatore corrotto di turno, raccontando loro un diverso modo di vivere, più in armonia con la natura. E’ riuscita a insegnare a queste donne un diverso ruolo sociale e insieme hanno lottato per la democrazia. Quindi non solo giustizia ambientale e giustizia sociale ma anche democrazia, riconoscimento dei diritti, emancipazione sociale delle donne… nella sua storia c’è tutto. C'è un modo di fare lotta che non lascia indietro nessun aspetto e che coinvolge anche gli ultimi. Wangari Maathai è stata la prima donna africana a ricevere il Nobel per la Pace nel 2004, è entrata in Parlamento, ha lavorato in altri Paesi dell’Africa con altri premi Nobel. Lei, come Rachel Carson, ha innescato cose meravigliose che sono andate oltre la sua vita».