Etimologia. Silvia Salvatici: «Se il muro entra in casa: così la pandemia sta riscrivendo i confini»

La storica Silvia Salvatici protagonista della rassegna dell’Ert dedicata alle nuove parole «Il virus ha messo a nudo la dimensione contraddittoria di costruzione delle barriere» 

Sarà “Confini” la prima delle due parole che chiuderà, lunedì 30 novembre alle 21 (su pagina facebook Ert Fondazione e Gazzetta di Modena), la rassegna dell’Ert “Etimologie”. Ne parlerà Silvia Salvatici, docente di Storia contemporanea all’Università di Milano, autrice di numerosi saggi, cercando di ricostruire il significato di questo termine partendo dall’ultimo atto della sua evoluzione.

Quello imposto dal Covid-19: «La situazione pandemica, dal momento della sua esplosione fino a questa seconda ondata, ha messo a nudo la dimensione contradditoria e il processo di costruzione dei confini. Negli anni, ci siamo abituati a pensare ai confini come qualcosa di certo, di definito. Questo anche perché li abbiamo sempre intesi come realtà fisiche, come la linea di demarcazione tra gli Stati-nazione. Oggi è risultato ancora più evidente quanto in realtà i confini siano mobili, ponendosi come il frutto di processi di costruzione. Processi molto articolati nella loro natura».

Specialmente in questa seconda ondata, stiamo scoprendo confini che prima non avvertivamo nemmeno.

«Proprio così. I confini regionali, ad esempio, non sono mai esistiti in quanto tali, se non dal punto di vista amministrativo. Ma ora sono reali, categorici. È possibile valicarli soltanto attraverso un atto formalizzato: un processo finora impensabile, proprio perché il confine è sempre stato, all’interno della nostra Nazione, qualcosa di strettamente connotato. Se ci pensiamo, poi, nell’ultimo periodo è avvenuta una moltiplicazione di confini interni: non solo tra le Regioni ma anche tra i Comuni stessi. Si sono venuti a creare confini su spazi sempre più ristretti. L’ultimo, il più lontano dal nostro immaginario, è quello del confine domestico».

Alzando il punto d’osservazione, verrebbe da pensare che “confine” e “globalizzazione” siano due parole in profondo conflitto tra loro. Il Covid, poi, sembra aver solcato la profondità dei confini internazionali. Quale direzione sta prendendo questa correlazione?

«Il legame tra globalizzazione e costruzione dei confini è solo apparentemente contradditorio. Nel momento in cui si sono intensificati gli scambi, processo proprio della globalizzazione, la necessità di controllare i confini e gli scambi è andata proporzionalmente crescendo. Se pensiamo a quanto siano aumentati gli spostamenti di persone negli ultimi anni, notiamo che allo stesso tempo è avvenuto un irrigidimento dei controlli di confine. In un mondo più globalizzato le istituzioni sentono l’esigenza di dover rendere più stringenti le verifiche su chi attraversa le proprie frontiere».

Quale effetto produrrà a lungo termine la pandemia? Confini ancora più ridigi?

«Temo però che con questa epidemia la globalizzazione sia stata messa a dura prova dal timore degli scambi. Pensiamo al momento in cui il virus è scoppiato: per mesi abbiamo cercato di capire dove fosse l’origine del virus e di chi fosse la responsabilità di averlo esportato, appunto, oltre confine. Osservando la storia e il presente, temo che l’intreccio tra globalizzazione e irrigidimento dei confini vada a infittirsi».

Sarebbe possibile immaginare un mondo senza confini?

«La storia ha visto la costruzione degli Stati-nazione, entità che per natura si fondano sull’idea di istituire confini rigidi. Storicamente però non è mai stato così. Pensiamo alla definizione di “regioni di confine”: si tratta di territori profondamente eterogenei, dove lo scambio e il bilinguismo hanno da sempre superato le convenzioni delle istituzioni centrali. Lì sono avvenuti movimenti, i cui effetti sono poi ricaduti anche sugli stessi Paesi. Penso che dovremmo dare più spazio a questi territori, perché sono loro ad abitare veramente la condizione del confine. Lì la rigidità cade come il concetto di esclusione. In quelle aree vince lo scambio, la pluralità, la ricchezza».

Durante quest’anno, abbiamo avuto maggior evidenza anche dei confini interpersonali. Quali sono le principali conseguenze?

«Lo spazio del distanziamento che dobbiamo rispettare a causa dell’epidemia segna ulteriori confini nel rapporto fisico tra le persone e di conseguenza incide anche nelle relazioni interpersonali. Si è molto parlato del ridefinirsi in quanto persone. Le manifestazioni d’affetto, che passano anche, e in certi casi soprattutto, dal contatto fisico possono risentire di questa distanza, anche con le persone che non fanno parte del nostro nucleo famigliare. Dunque, questi nuovi confini hanno conseguenze sia nelle relazioni fisiche che in quelle psico-emotive, ridefinendole e cambiandole profondamente. Quando parliamo di identità nazionali, che diventano tali quando dipendono da confini tra nazioni, dobbiamo sapere che esse fanno leva su sentimenti ed emozioni collettive. Dunque, l’aspetto fisico e quello emotivo sono continuamente in comunicazione tra loro, si influenzano vicendevolmente».

Confini tra persone ma anche tra uomo e macchina: con l’intelligenza artificiale, questo limite si assottiglia o diventa più profondo?

«Come storica posso dire che la distanza tra l’uomo e la macchina nasce già con la Rivoluzione industriale. Nel corso delle trasformazioni connesse ad essa questo rapporto si è costantemente modificato. Per cui certo, si tratta di un solco profondo. Ma che perdura ormai da tempo». —