Modena. Nel laboratorio di Maria Grazia e Rinaldo prendono vita i mondi cantati nelle opere

«Abbiamo imparato tutto dal maestro Koki Fregni, purtroppo questo mestiere di scenografi è in via di estinzione»

Modena. Quello del Comunale di Modena è l’ultimo laboratorio di scenografia a risiedere all’interno delle mura di un teatro italiano. Tutti gli altri commissionano i propri allestimenti scenici a realizzatori esterni.

Modena, nei laboratori del Teatro Pavarotti prendono vita i mondi cantati dalle opere



All’ultimo piano del “Luciano Pavarotti”, invece, Rinaldo Rinaldi e sua moglie Maria Grazia Cervetti, ex-studenti di Koki Fregni – a cui il laboratorio è oggi dedicato – rappresentano i custodi e gli animatori di questo luogo senza tempo. Volte con travi in legno. Antiche locandine di opere appese a una delle pareti interne, la quale costituiva, fino a poco tempo fa, la botola attraverso cui srotolare i fondali direttamente in scena. Gigantesche tele stese al pavimento, a ridosso delle quali gli scenografi della squadra di Rinaldo e Maria Grazia camminano, puntellando a colpi di lunghi pennelli il cotone già abbozzato di disegni.

Modena Est con Keiko Shirashi nel laboratorio di scenogafia per i teatri di tutto il mondo



Questa è l’accoglienza che riserva la soffitta del Teatro Comunale.

«Quando Maria GraziA e io siamo arrivati qui la prima volta, avevamo appena finito il “Venturi” (l’allora Scuola di Belle Arti modenese, ndr). Ci eravamo iscritti da poco all’Accademia di scenografia a Bologna e giravamo i teatri italiani intervistando i grandi scenografi del tempo. Molti di loro, del calibro di Luzzati, Pizzi e Zuffi, ci avevano domandato perché fossimo alla ricerca di maestri, quando il più grande di tutti lavorava proprio a Modena», fa un passo indietro, Rinaldo Rinaldi, di circa quarant’anni, raccontando come questo mestiere, lui e la moglie, se lo siano cuciti addosso, quasi per caso, giorno dopo giorno.



«Koki Fregni era un artista estremamente affascinante, specie per i nostri giovani occhi e aveva la fortuna di lavorare in luogo senza tempo. Luogo che oggi porta il suo nome. Con gli anni ci siamo perfezionati e appassionati a questo mestiere, purtroppo in via d’estinzione - è il rammarico di Rinaldo Rinaldi – all’inizio non sapevamo bene cosa volesse dire essere scenografi per mestiere. Oggi, in aggiunta, sappiamo soltanto che non faremmo cambio per nulla al mondo».

È un oggi che dura quarant’anni, quello di Maria Grazie Cervetti e Rinaldo Rinaldi. Un oggi che in questo nefasto 2020 porta sulle spalle tutto un altro peso. «Solitamente da questa sala passano circa 4 grandi allestimenti all’anno, più altre commissioni minori – racconta Maria Grazia – quest’anno la produzione modenese principale alla quale abbiamo lavorato è la Cenerentola, che sarà in scena il 30 dicembre.

Solo per la parte pittorica ci è voluto un mese, al quale va sommato il lavoro di chi ha cucito gli abiti e di chi ha realizzato le strutture sulle quali sono state montate le tele cucite e dipinte dalla nostra squadra». L’organizzazione del lavoro è presto detta: il regista e lo scenografo bozzettista pensano e disegnano le scenografie di un’opera o di uno spettacolo. Il progetto passa poi in mano agli scenografi realizzatori, i quali in alcuni casi, coincidono: ovvero, la stessa persona progetta e avvera le scenografie di scena. «In questo laboratorio, nel quale lavoriamo sì, per il Teatro Comunale di Modena, ma non solo, curiamo tutti gli aspetti della pittura – racconta Maria Grazia mentre accarezza con la punta di un lungo pennello una tela che finirà a Madrid – creiamo da soli le nostre miscele, con pigmenti, terre e fissanti.

Portiamo avanti una tradizione pittorica ottocentesca e sappiamo di essere tra gli ultimi ad utilizzare queste tecniche, in Italia e non solo». Il motivo per cui sempre più teatri in tutto il mondo, con una crescita esponenziale per le commesse che partono dall’Asia e dal Medio Oriente, si rivolgono ai professionisti modenesi risiede proprio in questi metodi originari. Una piccola stanza del sottotetto è infatti dedicata esclusivamente alla miscelatura dei colori e ovunque sono barattoli in latta, scatole contenenti terre e fissanti. Oltre al prezioso lavoro artistico realizzato qui, il quale rende Modena la linea gotica della tradizione scenica, è il metodo la vera esclusiva. «Noi siamo dei privilegiati e lo sappiamo – è la commozione di Rinaldo – qui il tempo si è fermato alle botteghe di fine Settecento ma le grandi produzioni coraggiose sono drasticamente diminuite. Quindi, se da un lato siamo orgogliosamente riconoscenti al Comunale di Modena, il quale continua a investire in opera e balletti, anche in questo anno difficile, dall’altro vorremmo trovare il modo per sostenere, senza illudere, i molti giovani pittori che vengono a cercare un futuro tra queste pareti senza tempo».