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Modena Bertoni, i genitori e la riscoperta della lingua dialettale grazie all’Alzheimer

Il poeta modenese per Marietti pubblica “La lingua ritrovata” storia del padre che da malato parlava soltanto modenese

Michele Fuoco

E il dialetto la lingua ritrovata da Alberto Bertoni. Guai a parlarlo in casa.


Sua madre, maestra, lo proibiva anche al marito Gilberto (Gil) che obbediva al categorico divieto, ma lo praticava con naturalezza nel luogo di lavoro, alla Ferrari, dove lo stesso Enzo Ferrari lo impiegava nelle conversazioni quotidiane con tutti.

E nella parlata modenese Gil si esprimeva soprattutto quando si è ammalato d’Alzheimer.

Questi ed altri elementi si scoprono nell’eBook “La lingua ritrovata. Storia di mio padre e del suo Alzheimer”, che la casa editrice Marietti 1820 ha pubblicato nella collana sul digitale iRèfoli.

Come ricorda i suoi genitori?

«Mio padre con l’Alzheimer e mia madre con l’aterosclerosi erano come il sole e la luna. Una coppia molto unita, pur nella diversità: mio padre molto cordiale, sportivo. A lui devo l’educazione allo sport. Ha lavorato 40 anni alla Ferrari ed è stato pioniere della pallavolo. Mia madre, invece, era una tipa molto lunare, malinconica. Maestra elementare, amava molto il suo mestiere. Non ha mai detto una parola in dialetto e ha impedito a mio padre, ai suoi genitori di rivolgersi a me in dialetto. Lo capivo e non lo parlavo. Ancora oggi non lo parlo, se non come una lingua straniera. Mio padre parlava il dialetto alla Ferrari e all’Avia Pervia dove trovava gli amici. Quando, nel 2001, è entrato nell’Alzheimer lo accompagnavo in molte passeggiate. E peggiorando, ha cominciato a parlarmi solo in dialetto. Cosa che non aveva fatto mai prima. Allora gli chiedevo se per caso avesse anche un figlio, e lui mi rispondeva implacabile: “Sè, mo l’è un fàt tip… E po’ l’è sèimper in América…”. Era il segnale che la malattia lo portava a non riconoscermi più».

Lei parla di “umana contestazione verso i genitori”…

«All’Università di Bologna, che frequentavo alla fine degli anni ’70, si respirava quel vivace clima di contestazione che portava la mia generazione a ribellarsi, tra le prime, alla famiglia. Ma non ero politicizzato, né avevo tessere di partito. A Bologna ho conosciuto Tondelli, Pazienza…».

Quali libri di poesia riguardano l’Alzheimer?

«Ho cominciato a scrivere poesie di “Ricordi di Alzheimer” nel 2006, anno della morte di mio padre, e mi sono accorto poi che certe parti le avevo scritte in dialetto per provare a parlare con lui. In dialetto sono tutte le poesie della raccolta “Zàndri” (Book Editore), del 2018, scritte per i miei morti, compresi i nonni, e tradotti in prosa (Ceneri). Alcune riprendono motivi di “Ricordi di Alzheimer”. È stata una lingua ritrovata, dopo la morte di mio padre».

La vicinanza al dialetto è dovuto anche ad esperienze al di fuori della famiglia?

«Solo esperienze di rapporto con i poeti, perché non ho amici della mia generazione che lo parlano. Rapporti con i poeti romagnoli (Tolmino Baldassari, Tonino Guerra, Raffaello Baldini) che amo molto anche se non so i loro dialetti. Fondamentale l’amicizia con il sassolese Rentocchini che scrive in dialetto ma non lo parla. Una poesia neodialettale che per lui è la lingua della poesia, come lo era per Pasolini».

C’è oggi un maggiore e più cosciente ritorno al dialetto, come pratica anche letteraria?

«La letteratura vive una stagione positiva con i narratori che usano il dialetto: dallo stesso Guccini ad Andrea Vitali e al “fenomeno” Camilleri con la vendita di milioni di copie di libri in dialetto siciliano. E in poesia ci sono autori molto bravi. Ma credo che il dialetto sia sempre meno parlato per strada, nei bar. Non saprei ora con chi parlare in dialetto. Ci sono delle regioni dove il dialetto è una vera e propria lingua: il romagnolo, il siciliano, il napoletano, il veneto. A Modena oggi gli adolescenti non imparano il dialetto. Non lo sento parlare per strada se non da persone oltre i 70 anni».

Chi sono i grandi del dialetto in italia?

«Rentocchini è uno dei migliori. In Veneto anche Fabio Franzin, poeta civile e operaio; in Romagna Annalisa Teodorani, Francesco Gabellini di Riccione; in Piemonte Remigio Bertolino. Il capostipite di area milanese è il novantenne Franco Loi. Di Sirmione è Franca Grisoni che scrive sulla rivista Psichiatria ed è autrice di poesie sull’Alzheimer».

Sarebbe utile proporre lo studio del dialetto a scuola?

«Forse non in modo sistematico. Ma poiché si fanno molto laboratori di materie che fiancheggiano quelle principali, sarebbe interessante un bel laboratorio di recupero del dialetto. Devo dire, però, che manca un dizionario fatto bene e sistematico del dialetto modenese. Quello di Sandro Bellei è più sui modi di dire. Lo potrebbe fare Fabio Marri, docente all’Università di Bologna».

Lei scrive: “La mia religione è diventata la poesia”…

«A nove anni mi sono allontanato dalla dottrina della parrocchia. Mio padre, di famiglia socialista, non amava molto che andassi in parrocchia. Non sono né credente, né praticante. Ma do molto valore alla poesia per la chiave di preghiera, per il contatto con l’aldilà, di ricerca del metafisico. La mia religione, la mia Bibbia sono stati i testi poetici e il rapporto con i poeti».

In Italia la considerano il poeta dell’Alzheimer…

«È vero. Anche l’amico scienziato Marco Trabucchi, luminare della cura dell’Alzheimer, ha usato mie poesie nelle sue relazioni. E quando nel 2017 ha ricevuto, per la causa di chi studia e cura i malati, dall’artista Maurizio Cattelan una foto raffigurante una vecchietta malata a letto, con un libro in mano, mi ha invitato a commentare l’immagine. Sono stati invitati anche altri poeti e il Corriere della Sera, grazie al redattore Michele Farina, ha dedicato alcune pagine dell’inserto “La Lettura”. Ogni anno mi invitano alla festa dell’Alzheimer che, quest’anno, si è svolta a Cesenatico». —

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