Modena, Feltri: «Il populismo è miope Solo idee e partecipazione potranno darci un futuro»

“Tornare cittadini” è l’ultimo saggio del direttore del quotidiano “Domani” . Ridare valore all’attivismo, mettersi in gioco senza aspettare soluzioni miracolose 

MODENA. Smettere di essere popolo, tornare cittadini. Secondo il giornalista Stefano Feltri, direttore del quotidiano “Domani”, in Italia c’è già chi lo sta facendo (e bene) dimostrando a tutti che partecipazione e attivismo possono essere la migliore medicina per una democrazia ferita dal populismo. Un fenomeno che non ha incantato solo il nostro Paese e che ora vede anche altre democrazie di fronte al medesimo bivio: “fare scelte radicali per ricostruire una società piú giusta e dinamica, oppure consegnarsi alla nuova destra che avanza sulle macerie dell’illusione populista”.

Uno scenario che il giornalista modenese (la sua carriera è iniziata proprio in Gazzetta di Modena) analizza nel suo ultimo libro “Tornare cittadini”, che presenterà in streaming oggi alle 17.30 per il Bper Forum Monzani.


Auspica scelte radicali per combattere le spinte che hanno generato il populismo. In Italia chi potrà farle? Lei in chi ripone fiducia?

«Non ho fiducia in una specifica forza politica, ma nel fatto che in questo momento si è capito che essere popolo non basta e quindi si è aperto uno spiraglio per tornare ad essere cittadini: partecipando, contribuendo ad elaborare le risposte, smettendo di aspettare passivamente la protezione di un qualche difensore. Due esempi di cose che ho visto succedere in questo senso sono il Forum Diseguaglianze Diversità animato dall’economista Fabrizio Barca e l’Alleanza Italiana per Sviluppo Sostenibile, che era guidata dall’attuale Ministro del governo Draghi Enrico Giovannini. Entrambe sono forme di partecipazione che sono state fuori e parallele ai partiti, ma che hanno prodotto un dibattito, delle idee e delle proposte politiche molto più nette e forti di quelle che i partiti riuscivano ad elaborare».

Una fra tutte?

« Penso alla proposta di Barca dell’eredità universale che destinerebbe 15mila euro a tutti i ragazzi neo maggiorenni per risolvere il problema delle disuguaglianze legate alla trasmissione intergenerazionale. Ma l’esempio di Giovannini è perfetto: Draghi non lo ha chiamato perché è l’ex presidente dell’Istat e dunque uno stimato statistico, ma perché in questi anni ha lavorato tanto sui temi della sostenibilità ambientale, avanzando proposte forti nate dal confronto con associazioni, esperti nazionali e internazionali. Io ho fiducia in quel metodo lì, che poi possa essere cavalcato da un partito o da un altro conta poco».

Sembra parlare di un fenomeno passato quando scrive che “dopo il populismo serve una nuova idea di cittadinanza per salvare le nostre democrazie”. Eppure il populismo esiste e resiste. Trump ha perso, ma metà degli americani resta con lui, Salvini ha fallito nel Conte I, ma guida quello che in Italia è il primo partito…

«In parte ha ragione, ma se guardiamo ai grandi temi dei populisti al potere vediamo che sono stati tutti una delusione: Trump non ha costruito il muro col Messico né è riuscito ad escludere l’immigrazione musulmana, così come la Lega di Salvini non è uscita dall’euro e i 5 Stelle non hanno rotto il Patto di stabilità. Il populismo, che era sempre stato una caratteristica di Paesi con democrazie fragili come quelle sudamericane, ad un certo punto è diventato un fenomeno dei Paesi ricchi con democrazie più strutturate. E quello che abbiamo visto è che le istituzioni di questi Paesi bene o male hanno tenuto, impedendo ai populisti di adottare politiche radicalmente diverse da quelle dei partiti “normali”. La politica populista non è sparita, ma ha deluso. La parentesi che si è aperta ci ha mostrato che i populisti al potere non fanno miracoli e ci ha fatto anche capire che alle nostre democrazie fanno dei danni».

Ad esempio?

«Basta pensare all’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio, ma anche al fatto che i 5 stelle hanno abolito un terzo dei parlamentari. Lasciano delle democrazie più fragili di come le hanno trovate»

Dice che il populismo non è tanto sinonimo di incompetenza quanto di “veduta corta”. Perché?

« In generale i populisti tendono a scambiare un benessere immediato con instabilità e rischi futuri. Nei Paesi occidentali hanno cercato di usare la leva della spesa pubblica e non solo per favorire il proprio consenso, sempre scambiando il beneficio dell’oggi con costi da pagare nel futuro. Il contrario insomma di una politica lungimirante, che sacrifica un po’ il benessere immediato a fronte di maggiori benefici futuri».

Lei nel breve periodo che futuro vede per il populismo in Italia? Draghi è la persona giusta per “metterlo in panchina”?

«Sì e no. Le esigenze e i problemi di tanti elettori delusi, che avevano affidato ai populisti le loro speranze di cambiamento, non sono sparite con il declino di questi partiti e quindi ci sono due possibilità. La prima è che qualcun altro offra loro delle risposte migliori, e nel caso dell’Italia in questo momento potrebbe essere il governo Draghi. La seconda è che a un certo punto le persone cerchino risposte altrove».

Nella destra…

«Sì. Dal momento che abbiamo visto che nelle nostre democrazie occidentali non è praticabile il populismo di sinistra, quello più sudamericano in termine di politica fiscale (dunque spendere tanti soldi per redistribuire), rimane solo la destra come alternativa. Una destra che spende la moneta della paura, del linguaggio aggressivo, della violenza. E la differenza è che mentre il populismo di sinistra, e in parte anche quello di destra, vede la maggioranza contro la minoranza potente delle élites, la destra tout court è semplicemente scaricare i problemi sulle minoranze deboli che possono essere quelle di orientamento sessuale, etnico, gli immigrati ecc. Per questo bisogna prendere molto sul serio quelle richieste di cambiamento e quelle paure, a prescindere dal fatto che sono state poi interpretate da soggetti che magari non ci piacciono». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA