Contenuto riservato agli abbonati

Giallo tra religiosi e opere d’arte per l’infallibile commissario Cataldo

Modena fa da sfondo alla ventesima indagine del fortunato personaggio Guicciardi: «Il commissario è maturato e io amo fargli vivere qui le sue storie»

Si intitola “Ai morti si dice arrivederci” il nuovo romanzo di Luigi Guicciardi, la ventesima indagine del commissario Cataldo interamente ambientata a Modena (Ed. Damster, euro 16). Due dipinti del famoso Guido Reni vengono ritrovati restaurati e donati a un convento di suore a Modena. In occasione della loro presentazione pubblica si organizza un grande evento con le più alte cariche civili e religiose della città. Invitato a presenziare in rappresentanza della questura, il commissario capo Giovanni Cataldo non immagina affatto di imbattersi in un misterioso omicidio, quello dell’anziana suor Alda, depositaria della storia e dei segreti del convento. A questo si aggiungeranno altri due omicidi. Cataldo non smetterà di scavare dentro e fuori il monastero, finché, non risolverà l’indagine. Ai morti si dice arrivederci e non addio, perché ogni vittima che chiede giustizia non può essere dimenticata. Per saperne di più di questo romanzo abbiamo parlato con l’autore Luigi Guicciardi.

Nel romanzo parla di Guido Reni. Le piace la sua arte? Perché ha scelto lui?


«Sì, mi piace, ma devo dire che l’ho scelto un po’ per caso, in quanto, studiandolo per interesse personale, ho notato che esistono diverse sue opere di cui conosciamo il soggetto e il titolo, ma che nel tempo sono andate perdute. Da qui è nata l’ispirazione iniziale: ho immaginato infatti che due di questi quadri, precisamente ‘Il giudizio di Paride’ e ‘L’estasi di santa Cecilia’, siano stati ritrovati, restaurati e donati a un convento di suore di Modena, e in occasione della loro presentazione pubblica si organizzi un grande evento da cui prende le mosse la mia storia».

Come sempre, nel libro c'è Modena. Quali sono i luoghi più significativi della nostra città per le vicende narrate?

«È un giallo effettivamente ambientato a Modena; il convento (immaginario) si trova in via Cassiani, alla Sacca ma Cataldo nelle indagini si sposta per tutta la città, da zone popolari come viale Gramsci o via Fratelli Rosselli, a quartieri alto-borghesi come viale Moreali o via Bonzagni. Senza che manchi una puntata fuori città, al campo di volo di Monfestino, dove verrà ritrovato un cadavere».

Quali sono i personaggi modenesi che ha raccontato e che ama di più?

«Ci sono personaggi nuovi, quelli religiosi: le prime due vittime – l’anziana suor Alda e la novizia Cristina – la madre superiora, il padre spirituale e altri ancora. Suor Alda in particolare, in qualità di custode dell'archivio, era depositaria della storia e dei segreti del convento, a conferma che ‘i delitti del presente hanno le ombre lunghe’, affondando le radici in un passato inquietante. Ci sono però anche altri personaggi laici, come un deputato modenese, l’assessore alla cultura, il direttore di una fondazione benefica, un insegnante, un medico...Chi ho amato di più? Forse un personaggio femminile – affascinante e un po’ insolito – che insinuerà in Cataldo un turbamento nuovo».

Siamo alla ventesima indagine. Com'è cambiato il commissario Cataldo dall'inizio (a parte l’età)?

«Nella vita privata è cambiato molto, da quando la moglie l’ha lasciato per un avvocato calabrese ed è partita portandosi via con sé i due figli: ora è un uomo sentimentalmente solo, incupito da questa pena segreta. Sul piano professionale, invece, è al culmine della maturità, soprattutto per la conoscenza ormai completa che ha – dopo vent'anni – della nostra città e dei modenesi: è, sì, meno dinamico, ma più riflessivo, deduttivo, esperto».

E il Guicciardi scrittore cone è cambiato, se è cambiato?

«Lo stile direi che non è cambiato. Però sono più curioso di prima nel guardarmi intorno quando giro per Modena a cercare uno spunto. E forse ho maturato una maggior pazienza nell’aspettare la storia giusta, consapevole che curiosità e pazienza sono tra le doti principali tanto di un detective quanto di un giallista».

Com'è nata l’idea della trama?

«Ogni mio romanzo, pur nel denominatore comune della modenesità, propone un ambiente sempre diverso e il convento è un mondo particolare che mi mancava, finora: ristretto, misterioso, con la psicologia intrigante delle suore e il senso della clausura, che ha luci, ombre e ambiguità molto funzionali al genere del giallo».