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Modena, 1972/ I "preti operai" e lo scontro politico sempre più duro

L’esperienza religiosa e di impegno sociale al Villaggio Artigiano Incendi dolosi contro il Pci, a fuoco la sede di via Ganaceto

 

L’anno di cui parleremo è stato politicamente orribile (basti pensare all’omicidio di Luigi Calabresi). Preferisco perciò iniziare ricordando i film. Tra quelli italiani si distinguono “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri, “Lo chiamavano Trinità”, prima pellicola della fortunata serie che ha come protagonisti Bud Spencer e Terence Hill, al secolo Carlo Pedersoli e Mario Girotti, “Mimì metallurgico ferito nell’onore” di Lina Wertmüller, che mette in evidenza uno straordinario Giancarlo Giannini, e “Roma” diretto da Fellini.

 

Escono due capolavori: il discusso “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci e “Il padrino” di Francis Ford Coppola, entrambi interpretati da un grande Marlon Brando. “Il padrino” fu tratto dal romanzo dello scrittore italoamericano Mario Puzo, ed era il tragico racconto di un'intera famiglia che mostrava le diverse facce di Cosa Nostra. La trama proposta al pubblico era, pur con qualche modifica, la stessa del fortunato romanzo: la storia di Vito Corleone, un immigrato siciliano che con il gioco d'azzardo e il racket sindacale era diventato il capo di una delle cinque famiglie mafiose più potenti di New York.

Gli spettatori all'uscita dalle sale non riuscivano a dimenticare le straordinarie musiche firmate da Nino Rota. La pellicola portò a casa tre premi Oscar: miglior film, miglior sceneggiatura e migliore attore protagonista, quest'ultimo assegnato a Brando, ma da lui non ritirato per protesta contro i maltrattamenti degli Indiani nativi d'America da parte delle istituzioni e del mondo del cinema


Ma anche il 1971 aveva proiettato sullo schermo film molto belli. Basti pensare al “Decameron” di Pier Paolo Pasolini, a “Giù la testa” diretto da Sergio Leone, a “In nome del popolo italiano” di Dino Risi, a “Morte a Venezia” di Luchino Visconti, a “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick, a “Cane di paglia” di Sam Peckinpah, a “Il dittatore dello stato libero di Bananas” di Woody Allen, a “Pomi d’ottone e manici di scopa” diretto da Robert Stevenson (e Vittorio De Sica vince il suo quarto Premio Oscar con “Il giardino dei Finzi Contini”. Il primo arrivò per “Sciuscià” nel 1948. Due anni dopo replicò con “Ladri di biciclette”. Nel 1965 arrivò il terzo con “Ieri, oggi e domani”).


Ma veniamo alla nostra città.

Si susseguono manifestazioni antifasciste, e sui muri della facciata della chiesa di San Vincenzo in Corso Canalgrande qualcuno di notte scrive: “Fascisti, carogne, tornate nelle fogne!”. E di notte un gruppo di destra versa benzina sul portone della sede del P.C.I. in Via Ganaceto e sull’ingresso di quella che era allora la “Casa della Gioventù” in Via Achille Fontanelli, e appicca un incendio. Intervengono i Vigili del Fuoco.

Ma stanno cambiando molte cose. Alla fine dell’anno precedente a questo di cui stiamo parlando la “Gazzetta” intervista Beppe Manni, classe 1939, sacerdote che non indossa l’abito talare, ma una tuta da operaio. È uno dei protagonisti della vita lavorativa del Villaggio Artigiano di Modena Ovest. Quest’ultimo, nato nel 1951, diventò negli anni settanta culla del fermento rinnovatore figlio del Concilio Vaticano II. Alla fine degli anni Sessanta, alla parrocchia del Villaggio, si proposero come co-parroci un gruppo di due preti e un laico, Giuseppe Manni, Gianni Ferrari e Franco Richeldi, con l’intenzione di applicare le direttive del Concilio Vaticano II; negli anni seguenti si aggiunsero altri due preti: Sandro Vesce (ci ha lasciato a 81 anni nell’agosto del 2019) e Alberto Garau. Beppe Manni, dopo anni di sacerdozio, deciderà di sposarsi come fece Sandro Vesce, e dedicarsi all’insegnamento secondario. Per trent’anni insegnerà italiano e latino in diversi licei della provincia di Modena. Collabora, tutt’ora, con la Gazzetta di Modena e scrive libri sugli artigiani. Nel 1975 dopo l'uscita dalla parrocchia del Villaggio l'esperienza di gruppo è continuata nella Comunità di Base del Villaggio Artigiano che tuttora è impegnata in quartiere in iniziative di volontariato e di approfondimenti di carattere sociale e religioso.

 



Sul cavalcavia della Madonnina si ribalta il rimorchio di un autotreno carico di pacchi di carta. Nessun ferito, ma traffico bloccato per ore. E a Castelvetro ancora un omicidio per gelosia. Un giovane immigrato uccide la moglie a colpi di pistola e poi si consegna ai carabinieri. Restano soli due bimbi piccoli.

Il Consiglio Comunale decide all’unanimità di affidare a Marino Quartieri il compito di realizzare una statua della Libertà sul monumento di Piazzale San Domenico. Lì una statua in bronzo era stata collocata nel 1889, opera dello scultore modenese Silvestro Barberini, per ricordare i moti rivoluzionari. Nel periodo fascista era stata rimossa e fusa per farne cannoni.

E al Teatro Comunale si recita Porgy and Bess, che narra la storia di Porgy, un uomo di colore zoppo dei sobborghi di Charleston, e il suo tentativo di salvare Bess dalle grinfie di Crown, il suo protettore, e di Sportin' Life, lo spacciatore. Originariamente concepita da George Gershwin come una "American folk opera" ("opera popolare americana"), fu rappresentata la prima volta il 30 settembre del 1935 a Boston. Summertime è il pezzo più conosciuto dell'opera.



La “Gazzetta” riporta notizie di furti in città. I poliziotti di notte arrestano un paio di ladri, e uno di essi usa un martello per non farsi catturare. Poliziotto all’ospedale per ecchimosi. E in piena Via Emilia un uomo e una donna di notte infrangono la vetrina del negozio di Mario Fangareggi e rubano apparecchiature cinematografiche e fotografiche. E a Vignola arrestano due minorenni, che rubavano motorini e poi li camuffavano cambiandone alcune parti.

Siamo a fine gennaio, e come oggi sulle vetrine dei negozi compaiono le scritte: “Svendita colossale”, “Saldi incredibili”, “Tutto a metà prezzo”, “Occasionissime di fine stagione”.

Ma la città sta cambiando, anche velocemente. Sono iniziati i lavori di ricostruzione e modifiche all’interno dell’antico palazzo Molza in Via Ganaceto, che ospiterà la nuova sede della Camera di Commercio.



Ma veniamo alle notizie non modenesi.

Il 15 gennaio si dimette il Presidente del Consiglio Emilio Colombo. Era entrato in carica il 6 agosto del 1970. Lo sostituirà il 18 febbraio Giulio Andreotti. Rimase in carica solo fino al 26 giugno, per un totale di 129 giorni, ovvero 4 mesi e 8 giorni. Con un totale di 152 voti a favore e 158 contro, il governo non ottenne infatti la fiducia del Senato e fu costretto a dimettersi dopo soli 8 giorni. Questo governo è stato dunque quello con il più breve periodo di pienezza dei poteri nella storia della Repubblica italiana, e il terzo a vedersi rifiutato il voto di fiducia dal Parlamento, fatto che provocò le prime elezioni anticipate della Repubblica. Il Presidente Segni il 26 febbraio scioglie il Parlamento. Le elezioni si terranno il 7 e 8 maggio.

Nel 1967 Regno Unito (sotto il governo del laburista Harold Wilson), Danimarca, Irlanda e Norvegia avevano chiesto una seconda volta l’ingresso nel Mercato comune. Ma la Francia aveva rifiutato il permesso ai negoziati. I quattro candidati tornano a chiedere l’ingresso nella CEE nel 1969. La Francia di Pompidou (succeduto a de Gaulle) non pone più ostacoli. Iniziano i negoziati che dureranno oltre tre anni. Nel Regno Unito sono al governo i conservatori guidati da Edward Heath.

L’ultimo giapponese della Seconda guerra mondiale ha un nome e un cognome: Shoichi Yokoi. Il 24 gennaio viene ritrovato sull’isola di Guam, unico sopravvissuto di un gruppo di tre persone, rimaste nell’isola a combattere una guerra finita molto tempo prima. Aveva vissuto sull’isola per ben 28 anni dopo la fine della guerra, gli ultimi 8 dei quali da solo. Nonostante ciò, rimase profondamente deluso e turbato dall’esito della guerra, a lui sconosciuto, e non mancò di manifestare il suo dolore all’imperatore, che non ha mai smesso di servire. Gli ultimi anni di Yokoi furono sereni: fu riaccolto in patria come un eroe e trascorse il resto della sua vita a insegnare ai giapponesi corsi di sopravvivenza. Chi meglio di lui avrebbe potuto farlo, dopo anni passati a mangiare cortecce di alberi, e a costruirsi abiti con la vegetazione? Morì a 82 anni di età.

Rolando Bussi

bussirolando@gmail.com

(111, continua)