Modena 1972 /4 Troviamo un gemello nel Kazakistan E arriva la Tv a colori

Modena stringe un patto con la città di Alma Ata Allo stadio musica con la “Serata del consumatore”

I Modenesi sono in Piazza Grande e attendono che, come al solito, su un cartellone esposto sul balcone del Municipio compaiano i dati delle elezioni nazionali. La folla viene richiamata in Piazza Tassoni da grida e frasi urlate dall’alto delle impalcature che avvolgono la Ghirlandina per i restauri in corso. Un individuo di mezza età aveva iniziato uno spogliarello notturno lanciando gli indumenti in Piazza.
 
È andato avanti per quasi cinque ore, poi lo hanno raggiunto i Vigili del Fuoco. Non era un contestatore, ma un disoccupato. Così ha votato Modena il 7 e 8 maggio (tra parentesi i risultati delle elezioni del 1968): P.C.I. 58.098 (52.955); P.S.I.U.P. 3.353 (5.815); P.S.I. 8.167 e P.S.D.I 6.687 (insieme nel 1968 avevano ottenuto 14.089 voti); P.R.I. 2.704 (966); M.S.I. 4.996 (2.705); P.L.I. 5.454 (6.860); D.C. 30.484 (28.928). “Il Manifesto” ottiene 775 voti, “Servire il popolo” 81, e MPL 332 (il “Movimento Politico dei Lavoratori” era stato fondato il 29 ottobre 1971 da Livio Labor, ex presidente delle A.C.L.I.). Nilde Iotti ottiene 51.233 voti e Rubes Triva 26.208. Ma voglio ricordare che Aude Pacchioni (era nata nel 1926 a Soliera; nonostante la giovane età, partecipò alla Resistenza con il nome di battaglia Mimma), grande donna, ricevette 6.262 voti (ci ha lasciato il 12 gennaio all’età di 94 anni). 
 
 
Questi i risultati nazionali: D.C. 38,7%; P.C.I. 27,1%; P.S.I. 9,6%; M.S.I. 8,7%; P.S.D.I. 5,1%; P.L.I. 3,9%; il Partito Socialista di Unità Proletaria (P.S.I.U.P.), “Il Manifesto”, che ha candidato Pietro Valpreda, e MPL non ottengono seggi. 


L’8 luglio il Consiglio nazionale del Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica decide lo scioglimento del partito e la confluenza nel M.S.I., e il 13 luglio il Congresso del P.S.I.U.P. decide lo scioglimento del partito e la fusione nel P.C.I.; una minoranza del partito aderisce al P.S.I.

L’omicidio

Calabresi

Il 17 maggio a Milano viene assassinato Luigi Calabresi. “Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, che più modestamente di questi nemici del popolo vogliamo la morte ...”. Parole violente apparse sul giornale “Lotta Continua”, che fu il principale megafono della campagna d’odio e della sentenza di condanna a morte. Una pagina buia nella storia politica e culturale dell’Italia del Novecento.

Il suo nome cominciò a entrare nel mirino delle frange rivoluzionarie dopo la strage di Piazza Fontana, il 12 dicembre del 1969, per la morte di Giuseppe Pinelli, di professione ferroviere. Una caduta dalla finestra dell’ufficio del commissario. Una tragica morte che suscitò indignazione nell’opinione pubblica e nella stampa di sinistra. Indignazione che si trasformò in rabbia feroce dopo le conclusioni dell’inchiesta condotta dal Pubblico Ministero Gerardo D’Ambrosio, che definì la morte come accidentale, causata forse da un improvviso malore, escludendo le piste del suicidio e dell’omicidio.



Una verità processuale rifiutata da scrittori, giornalisti, registi e attori di chiara fama. Tutti si ritrovarono uniti nella sottoscrizione di un appello pubblicato sul settimanale “L’Espresso”, in cui si rivolgeva un pesante atto d’accusa “ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni”, chiedendone l’allontanamento.

Per le strade e sui muri rimbalzava una sentenza di condanna: “Calabresi, assassino!”.

Alle 9,15 di mercoledì 17 maggio Calabresi uscì dal portone di casa, in Via Cherubini a Milano, avviandosi verso la sua “Fiat 500”, parcheggiata poco distante. Appena il tempo di infilare le chiavi nella serratura: un uomo, sceso da una “125” blu, gli si avvicinò freddandolo con due colpi di pistola alla testa e alla schiena.

Il clima politico peggiorò ancora, e l’anno dopo, il 17 maggio, in occasione di una cerimonia in ricordo del commissario, nel cortile della Questura milanese venne fatta esplodere una bomba a mano, che lasciò a terra quattro morti e una cinquantina di feriti. Sedici anni di buio sulle indagini furono interrotti dalla confessione di Leonardo Marino, militante di “Lotta Continua”, che portò all’arresto, nel luglio del 1988, dei suoi ex compagni Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, gli ultimi due con l’accusa di essere gli esecutori dell’omicidio, il primo come mandante.



Il processo si concluderà con la condanna a 22 anni di carcere per tutti e tre (saranno ben 15 le sentenze emesse da Corte di Cassazione e Corte d’Appello nel corso degli anni). Pur professatosi da sempre innocente e rifiutandosi di inoltrare domanda di grazia, Sofri ha dichiarato, nel corso di un’intervista, di sentirsi corresponsabile morale dell'omicidio.

Ma torniamo a Modena. Il Consiglio Comunale all’unanimità approva il gemellaggio con la città di Alma Ata, nel Kazakistan. Le altre città con cui Modena è gemellata sono Saint Paul nel Minnesota (USA), Novi Sad (Serbia), Linz (Austria), BenXi (Cina) e Londrina (Brasile).

Ancora tragedie aeree. Il 5 maggio precipita a Palermo un aereo di linea Douglas DC-8 dell’Alitalia in fase di atterraggio disintegrandosi contro la montagna in prossimità di Carini. Muoiono 108 passeggeri e i 7 uomini dell’equipaggio. Il 18 giugno a Londra un aereo della “Trident” precipita subito dopo il decollo: 118 morti.

Lo scandalo

Watergate

Lo stesso giorno, negli Stati Uniti, a campagna elettorale per le presidenziali già in corso, viene sventato un tentativo di spionaggio politico ai danni del Partito Democratico. Cinque ignoti stavano piazzando microfoni-spia nella sede del Comitato nazionale del partito, all’Hotel Watergate di Washington. È l'inizio del più grosso scandalo che colpisce la Casa Bianca e che porterà, due anni dopo, alle dimissioni del Presidente in carica, il repubblicano Richard Nixon.

La vicenda sale alla ribalta della cronaca grazie a due reporter d’assalto del “Washington Post”: Bob Woodward e Carl Bernstein, insigniti del premio Pulitzer proprio per l’inchiesta.

Il 26 agosto si aprono a Monaco di Baviera i ventesimi Giochi olimpici. Il 5 settembre un commando di terroristi palestinesi irrompe nel villaggio olimpico, uccide due componenti della squadra olimpica israeliana e ne prende in ostaggio altri nove. Il tentativo di liberazione da parte delle forze dell’ordine finisce in un bagno di sangue.

Ma torniamo a Modena. Allo Stadio, alla “Serata del consumatore” organizzata dall’Alleanza Cooperativa, più di 20.000 persone assistono allo spettacolo canoro. I “Ricchi e poveri” cantano i loro successi sanremesi: “La prima cosa bella” e “Che sarà”. Ma il clou della serata è l’esibizione di Milva. La “Pantera di Goro” canta anche “Addio Lugano bella”, “Fischia il vento” e “Bella ciao”. E Luciano Pavarotti trionfa all’Arena di Verona con Un ballo in maschera. Qualcuno sventola un lenzuolo con su scritto: “Pavarotti sei il più grande”.

In un bar di Piazza della Pomposa, in tarda serata, due clienti cominciano a discutere, e uno estrae una pistola e spara. Fortunatamente il colpo va sul soffitto.

Arriva la TV a colori, e la gente si ferma a guardare i negozi che espongono i nuovi apparecchi. Costano però molto! E alla Madonnina e al Ponte di Sant’Ambrogio vengono uccise due vipere (a Modena!).

Nel parco della Scuola materna della chiesa di Santa Caterina viene inaugurato un monumento in bronzo, realizzato da Marino Quartieri, in memoria dei piloti automobilistici “che per le vittorie sportive ed il progresso dell’automobilismo hanno sacrificato la vita”. L’ha fatto realizzare Don Sergio Mantovani, parroco della Crocetta, detto “Don Ruspa” perché fece scandalosamente abbattere la vecchia chiesa, appassionato di automobilismo (è morto all’età di 92 anni nel settembre del 2018). —

Rolando Bussi

bussirolando@gmail.com

(114, continua)