“Crip Camp” e la primavera dei diritti per i giovani disabili

Un campeggio estivo gestito da hippie diventa la culla della battaglia  contro le discriminazioni: il film prodotto dagli Obama è in odore Oscar

Francesca Lenzi

Camp Jened nasce nel 1951 ai piedi della Hunter Mountain, a tre ore dalla città di New York. È un campo estivo per bambini, ragazzi e adulti disabili. Ma è con l’avvento della controcultura degli anni Sessanta che quel posto diventa anche qualcos’altro, cambiando l’approccio al mondo della disabilità, tanto da innescare negli stessi ospiti una nuova consapevolezza. Parte così nel 1971 il documentario realizzato da Jim LeBrecht e Nicole Newnham, quando Camp Jened viene influenzato da quel movimento di libertà e uguaglianza, finendo per essere gestito da un gruppo di operatori hippie che ben poco sapevano della diversità, ma contribuirono a far diventare il centro estivo un miracolo di contaminazioni sul filo dell’identità e del riscatto sociale.


“Crip Camp: disabilità rivoluzionarie” (disponibile su Netflix) dopo aver vinto il premio del pubblico al Sundance Film Festival 2020, è fra i candidati agli Oscar nella categoria miglior documentario, conta fra i produttori anche Barack e Michelle Obama, e passa attraverso l’occhio da testimone di LeBrecht, uno dei ragazzi di Camp Jened.

Il grande merito di questo docufilm è di assecondare perfettamente l’atmosfera di quel campo a partire dal 1971. Una realtà nella quale i disabili precipitano da emarginati per riemergerne da persone consapevoli, intenzionate a far valere i propri diritti. “Crip Camp” si divide in due parti: la prima è quella del ricordo e della vita a Camp Jened, la seconda racconta la lotta per ottenere quelle norme giuridiche in grado di abbattere le barriere architettoniche e il muro, ancora più granitico, del pregiudizio. Il tutto con il largo contributo di filmati d’epoca, traccia preziosa per capire davvero il valore di un centro estivo nato quasi nell’incoscienza, ma portato avanti senza ipocrisie.

Jim LeBrecht è nato con la spina bifida e, nel 1971, entra a Camp Jened da 15enne disabile, su una carrozzina e con la vergogna di un pannolone sotto i pantaloni che vorrebbe soltanto nascondere. Come lui, tanti altri giovani che, pur nelle patologie diverse, rientrano nel mondo della disabilità. «Al campo tutti avevano qualcosa che non andava», dice Jim. A quel tempo i disabili non potevano andare a scuola. Al massimo avrebbero potuto aspirare alle classi differenziate. La loro classe nello scantinato della scuola, quella dei bambini normali al pian terreno. «Li chiamavamo “quelli di sopra” – racconta Judith – Anche se eravamo giovani, sapevamo di essere emarginati». Fra gli ospiti di Camp Jened anche Judith Heumann, rimasta sulla carrozzella per colpa della polio, e poi Neil e Denise Jacobson, oggi marito e moglie dopo essersi conosciuti proprio ai piedi della Hunter Mountain. «C’era una gerarchia anche nella disabilità – si sostiene in “Crip Camp” – I poliomielitici erano più in alto perché sembravano normali e chi soffriva di paralisi cerebrale era più in basso di tutti. Ma a Camp Jened eravamo semplicemente dei ragazzi».

Un disabile è qualcuno da tenere lontano. Al più, da compatire. Non è considerato come una persona. Soprattutto si fa una fatica enorme a collegarlo ai bisogni di ogni altro essere umano. Come quello dell’indipendenza, e anche come quello della sessualità. Tanto che quando Denise si becca la gonorrea, per lei è quasi una vittoria. «Nel campo abbiamo scoperto che le nostre vite potevamo migliorare – dice Jim – Il fatto è che non puoi lottare per qualcosa che non sai neanche che esiste. Inserirmi in un mondo non fatto per me: non ho mai pensato che potesse essere diverso».

Da Camp Jened arriva quella consapevolezza e molti di quei ragazzi, una volta usciti di lì, daranno vita alle battaglie per i diritti civili. Sotto la guida di Judith, chiedono dal 1972 l’applicazione del Rehabilitation Act e della sezione 504 che vieta a chiunque usufruisca di soldi pubblici, ospedali, istruzioni e trasporti, di fare discriminazione. Prima l’opposizione di Nixon, poi l’esitazione di Carter per mezzo del segretario della salute, Joseph Califano, e ancora, l’occupazione per quasi un mese della sede del ministero, fino all’appoggio dei membri del congresso George Miller e Phipil Burton. Il tutto nel silenzio quasi totale dei media, ad eccezione dei servizi del reporter Evan White.

E, alla fine, quella firma sul disegno di legge, che è solo l’inizio di un lungo viaggio alla ricerca della dignità. Per Jim, per Judith, per Denise e Neil, per Al Levy, per Steve Hofmann. Per tutti i ragazzi di Camp Jened. Dove adesso non c’è più nemmeno l’erba, ma vi si respira ancora il sacro, e si sentono le voci di chi ha creduto di valere. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA