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Marco Ligabue diventa scrittore e si racconta: «La musica, la nebbia, l’Emilia e mio fratello maggiore, il Liga»

Il  cantautore di Correggio, pubblica "Salutami tuo fratello"  le “cronache spettinate” di un rocker cresciuto ascoltando i concerti dal vivo al Tropical di Rovereto

CORREGGIO. «Mai avrei pensato di scrivere un libro… Poi la scintilla innescatami da un amico giornalista, il lockdown prolungato degli artisti e quel leitmotiv della mia vita, “Salutami tuo fratello”, che non poteva che diventare il titolo delle mie “Cronache spettinate di un rocker emiliano”», dice ridendo Marco Ligabue, musicista e cantautore correggese, fratello di Luciano, la cui prima e inaspettata opera letteraria, edita da Pendragon, è in uscita in libreria e negli store on line dall'8 aprile

Marco Ligabue si racconta nel libro "Salutami tuo fratello"



«Ero abituato a scrivere storie che durano giusto tre minuti, il tempo di una canzone- aggiunge il rocker- invece mi sono concesso la libertà di raccontarmi in 283 pagine. Un vero privilegio».

Sorridente e determinato come solo lui sa essere, Marco Ligabue nel suo libro si mette completamente a nudo e avvince il lettore su come ha trovato la propria strada, dapprima lavorando con e per il fratello e poi affermandosi come artista indipendente.

«Inutile negarlo – sottolinea- essere il fratello minore di una star ha condizionato enormemente la mia esistenza, ma mi ha fatto vivere un’esperienza unica».



Ma come ha vissuto davvero accanto a Luciano?

«Prendendo il bello di questa situazione famigliare inconsueta, senza dimenticarmi mai di ricercare la mia strada. Niente invidie e gelosie o vissuti all’ombra di una notorietà di riflesso. Certo, non è stato facile “far traboccare il vaso” della mia vita senza restare nascosto, ma ci ha pensato la musica e la mia passione per essa, che mi hanno portato a diventare un cantautore a mia volta. Fin dall’adolescenza ho poi cercato di essere utile a Luciano in tutto il suo percorso e lui mi ha sempre apprezzato, tant’è che collaboriamo ormai da oltre 30 anni. Del resto essere il suo fratellino minore non mi è mai pesato, anzi. Da piccolo mi piaceva da morire quando, camminando per Correggio, mi dicevano “Salutami tuo fratello”, mi sentivo importante e parte del suo mondo. Poi, ad un certo punto un’intera nazione ha iniziato a ripetermelo, pazzesco! Sono certo che dopo l’uscita del mio libro, me lo diranno ancora di più».

Due cantautori nella stessa famiglia: ma da dove viene questa passione per la musica?

«Dai nostri genitori che fin dall’inizio degli anni settanta hanno trasformato una sala cinematografica abbandonata a Rovereto sulla Secchia, nella Bassa Modenese, in un ritrovo dove si cantava, si ballava e si ascoltava musica da vivo. “Tropical”, così avevano chiamato il locale, un nome esotico la cui insegna non poteva che essere una palma verde, a tratti paradossale, in quella terra che nelle serate invernali spariva nella folta coltre di nebbia padana. Il sabato c’erano le orchestre del liscio e durante la settimana i concerti live del momento. Dal locale dei miei, dove io dormivo sui divanetti di velluto, sono passati i Nomadi, Mingardi, Pavarotti (si proprio lui!), i Mattia Bazar, Riccardo Fogli, Jimmy Fontana, Orietta Berti, Ivan Graziani, i Pooh e tanti altri. Ma non è mancato nemmeno quel ragazzino che di cognome faceva Rossi e di nome Vasco, allora collaboratore di Punto Radio, che una domenica pomeriggio casualmente si presenta per sostituire il solito dj biondone olandese Wim Van Beelen. Così passa le hit del momento, lancia qualche frase a effetto ed ecco che Vasco e la famiglia Ligabue si ritrovano uniti dallo stesso obiettivo: riempire piste da ballo».

Dal libro emerge un legame fortissimo con il territorio Emiliano.

«Il libro è composto da 33 “cronache” che hanno come filo conduttore la musica, ma trasudano pazzescamente di Emilia. Addirittura c’è un capitolo che ho intitolato “Sangue emiliano”. Volevo raccontare la nostra terra a mia figlia Viola che vive in Sardegna con la mamma, ma ha un amore viscerale per questi luoghi. Così, narrando le mie esperienze, inevitabilmente mi sono trovato a legarle a storie che profumano di prelibatezze culinarie come il parmigiano, il lambrusco, il culatello, i capelletti in brodo e l’erbazzone di mia nonna, insuperabile. Ma parlo anche del nostro modo di essere, delle partite a briscola o delle bisticciate a tavola che finivano sempre in pace, grazie ad un buon bicchiere di lambrusco, delle serate in Romagna a caccia di “belle gnocche”, senza dimenticarmi della nebbia, che per me ha sempre significato casa».

Cosa ha detto Luciano di questa sua opera inconsueta?

«Si è letto il manoscritto in una notte e di prima mattina mi ha chiamato per dirmi: “Oh Marco, mi è piaciuto tantissimo. È una visione rara sul mondo” … e detto da lui, beh, sono rimasto senza parole e mi è venuto da piangere. Passa un altro giorno e mi arriva una sua mail con un commento personale che ho voluto assolutamente inserire alla fine del libro perché sono parole di straordinaria bellezza che mi hanno emozionato».

Il Covid l’ha obbligata ad “appoggiare la chitarra”, almeno per un po', dandole però l'occasione di raccontarsi. E adesso?

«Adesso non vedo l’ora di riabbracciarla per tornare a suonare “live”! Voglio nuovamente sentire l’abbraccio del mio pubblico per cantare, ballare ed urlare insieme la bellezza della musica e della vita. Quando cammino per Correggio e vedo il teatro Asioli blindato, quel luogo magico a cui sono legato visceralmente dal giorno del mio sgangherato debutto, mi viene male. Ma non riesco a non essere positivo, non riesco a fare a meno di pensare che questo incubo finirà presto. La musica dal vivo manca troppo a tutti e dobbiamo sperare di ritornare a suonare presto di nuovo insieme». —