Guanda, geniale editore modenese eretico dimenticato dalla sua città

Cinquant’anni fa moriva Ugo Guandalini, un “avventuriero” della letteratura attento osservatore, amico di Antonio Delfini e nemico delle convenzioni: Modena non prevede nessuna commemorazione nonostante la sua importanza nazionale

MODENA. Nessuna manifestazione ufficiale per rendere omaggio a Ugo Guandalini, fondatore della casa editrice Guanda, morto l’8 aprile 1971 (aveva 66 anni) a Parma, dove si era trasferito nel 1935. Il Covid ha fatto strage anche di eventi pubblici. Ma la sua figura è talmente di primo piano che non può essere ignorata, a mezzo secolo dalla scomparsa, così come il suo lavoro, riconosciuto in ambito internazionale. Ne prende coscienza lo stesso editore, che nel 1943 scrive “ci fu un momento, credo, che non ancora apparso Einaudi, la mia insegna di editore fu la sola cosa giovane e viva che palpitasse nel nostro paese”.

 

E confessa di essersi trovato, sprovvisto di capitali e di protettori, a fare l’editore quando meno se l’aspettavo, “direi anzi soltanto perché spinto dalla forza delle cose. Di fatto fu soltanto in seguito al sequestro di un paio giornaletti politico-letterari (L’Ariete e Lo Spettatore italiano), messi insieme con l’amico Antonio Delfini, che pensai di stampare dei libri e cominciai con uno mio, che ebbe però la stessa sorte dei giornaletti, e uno di Delfini. Poco prima, avevamo anche stampato certe autoedizioni, a lire due l’una, che si riusciva a vendere con abili accorgimenti”.


In queste parole emerge il carattere di un personaggio straordinario che considerava la letteratura come avventura conoscitiva, con apertura verso la cultura emarginata, dei giovani “squattrinati”. E quanto ricordava, 15 anni fa, Mario Luzi, di cui Guanda diede alle stampe, nel 1935, il libro di poesie “La Barca”, rinunciando alla somma che gli aveva chiesto per la pubblicazione. Singolare che Guanda e Delfini vendevano, per incassare poche lire, i loro giornaletti per le vie di Modena in quegli anni del Fascismo (lo farà, più tardi, Sartre a Parigi, vendendo la rivista “Les Temps Modernes). E proprio i due giornaletti fanno riflettere sulla posizione politica di Guanda che, tesserato del Partito fascista del 1920, pubblica, con Delfini, nel 1927 il quindicinale “L’Ariete” che viene sequestrato per sospetta divulgazione di idee antifasciste. Stessa sorte, dopo tre numeri nel 1929, per “Lo Spettatore italiano”. Il che pone l’editore vicino agli intellettuali contro il regime. Posizione modernista la sua e si rivela quando avverte consonanze con il pensiero, difeso sulla rivista “Mutina”, di Pietro Zanfrognini, professore di filosofia e lettere al Liceo San Carlo e cugino di Delfini (allievo di Pascoli e amico di Croce e Papini), in netto contrasto con i gesuiti. E l’impegno morale per una revisione del cattolicesimo Guanda lo esprime, nel 1932, in “Adamo, libro per gli uomini di buona volontà”. Se in “Il signor S.T.” offre quasi un’autobiografia, in “Ballate delle streghe” manifesta appieno il suo interesse per la poesia.

Considerevole il successo di vendite, soprattutto perché a questi suoi libri fa pubblicità involontaria lo scontro con L’Osservatore Romano e i gesuiti che biasimano Guanda di essere un editore eterodosso per aver raccolto gli interpreti più autorevoli della cultura antifascista (Bonaiuti, Borgese, Schor, Martinetti, Tilgher, Zanfrognini), con cui inizia la collana “Problemi d’oggi”. E poi la pregevole collana di poesia “Fenice” (1939), diretta da Attilio Bertolucci, che vede la presenza anche di Donne, Pound, Luis de Gongora, Lorca…). Da qui l’accusa di eresia rivoltagli, in una pubblica omelia, dal vescovo di Modena.

Ma l’editore non si ferma. Da segnalare il coraggio di pubblicare altri libri non graditi, come “Raffigurazioni” (schizzi di uomini e di dottrine”) di Giuseppe Rensi. Un volume oggetto di depurazioni, dopo la pubblicazione, con il passaggio del rullo di inchiostro sulle pagine 17 e 33. E non ha parole dolci per gli intellettuali italiani: nel libro “Il piacere di essere pecora” mette a nudo, con amara disamina, il malcostume e la vigliaccheria degli uomini di cultura italiana. Ciò avviene nel 1949, quando Guanda lascia all’Università di Parma la cattedra di petrografia e ottica cristallografica, ricoperta dal 1935, per dedicarsi solo all’editoria. —

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