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Marilù Oliva: «Bianca e Lili, due ragazze alle prese con una vita lontana dalle fiabe»

La scrittrice ospite degli incontri del Bper Forum Eventi con “Biancaneve nel Novecento» un romanzo che è tra i candidati più accreditati nella corsa al Premio Strega 

Modena. «Ho scoperto che c’è una frase ebraica – Tiqqun 'olam – che significa “riparare”, esattamente quello che ho cercato di fare io con queste ragazze» – dice la scrittrice bolognese Marilù Oliva. Quelle ragazze sono le detenute che furono costrette a prostituirsi nei bordelli istituiti dai nazisti all’interno di alcuni lager come “incentivo” alla produttività degli altri prigionieri. Una realtà poco conosciuta, che Oliva testimonia nel suo nuovo romanzo (candidato al Premio Strega) “Biancaneve nel Novecento” attraverso la voce di una delle sue due protagoniste: Lili, signora ormai anziana che ha vissuto gli orrori del Sonderbau, il bordello del campo di concentramento di Buchenwald. Ma la sua non è la sola voce narrante, perché per tutto il libro si interseca a quella della ben più giovane Bianca, con i suoi amori, le sue delusioni, il contrasto con la madre Candi e il richiamo della droga sullo sfondo della Bologna degli anni Novanta. In attesa della presentazione di oggi (ore 17.30 sui canali del Bper Forum Monzani), la nostra chiacchierata con l’autrice.

Partiamo dal titolo: i lettori cosa ritroveranno Biancaneve e il Novecento?


«Dal titolo il lettore si aspetterà delle vicende ambientate in quel secolo - con dei fatti storici, in alcuni casi, anche ben precisi - e le fiabe. La connotazione fiabesca è sia nella struttura del romanzo sia negli archetipi con cui ho voluto divertirmi: quelli della matrigna e del principe azzurro. Ad un certo punto dimostro che nella fiaba originale di Biancaneve – quella dei fratelli Grimm – non è che il principe azzurro la salva con un bacio ma che, semplicemente, il pezzo di mela avvelenata le scivola via dalla bocca quando le guardie imbranate fanno cadere il feretro nella quale è chiusa. Tra l’altro, pongo anche una domanda sul principe: davvero si innamora di una ragazza che è una salma in una bara di cristallo? Insomma, dei gusti un po’ discutibili questo principe ce li ha…no?»

Arriviamo alle due protagoniste. Bianca e Lili cercano di sopravvivere come possono, trovando “rifugio” l’una nella droga e l’altra nella prostituzione e nell’alcool. Entrambe si scontrano con il senso di colpa e il giudizio, che lei però non dà. Non solo: le fa diventare donne speciali in cui identificarsi… Quanto è importante liberarsi dal giudizio per ritrovare “la luce”?

«Il giudizio incombe molto, soprattutto su Lili. E lei troverà “la luce” proprio quando riuscirà a svincolarsi anche da questo. Riagganciandomi alla vicenda storica, quella delle ragazze costrette a prostituirsi nei campi di concentramento è una realtà poco nota che non compare nei manuali di storia adottati a scuola. E questo sia perché è stata effettuata una rimozione sia perché molte di loro, una volta liberate, hanno preferito non parlarne perché non volevano sentire il peso del giudizio. Anche dopo la liberazione, le si accusava di aver scelto. Per quanto riguarda Bianca, all’inizio è così “sballottata” dai suoi problemi che non riesce a occuparsi anche di questo. La questione diventa importante durante l’adolescenza quando starà male per il sospetto di alcuni giudizi e soprattutto per come la vede il suo primo fidanzatino: una persona ordinaria, un bravissimo ragazzo, che però non capisce la sua complessità. Se lui è l’ordine, lei è il caos. C’è un momento in cui lui entra a casa di lei e ritrova questa confusione, che lo spaventa perché capisce che rappresenta lei. Infatti Bianca dice: “io ero quel caos”».

Scrive del bordello del lager di Buchenwald come di un inferno dentro l’inferno. Come è riuscita a riportare in modo così autentico una simile storia di sofferenza?

« Ho fatto molta ricerca storica, recuperando i pochi lavori che esistono, perché avevo paura a muovermi su un terreno così delicato. Solo alcuni campi avevano all’interno un bordello, e Buchenwald era uno di questi. Un’idea di Himmler, che anziché pensare di nutrirli meglio e, in generale, di offrire loro condizioni di vita migliori, nella sua follia pensò a questo incentivo: un inferno dentro l’inferno a cui erano condannate solo le donne, alle quali veniva promessa la liberazione dopo sei mesi. Ma era un imbroglio. Venirne a conoscenza è stato talmente uno shock che ho ritenuto fosse giusto parlarne. Ho scoperto che c’è una frase ebraica – Tiqqun 'olam – che significa “riparare”, esattamente quello che ho cercato di fare io con queste ragazze. È come se ciascuno di noi ogni giorno, o quando può, facesse una buona azione per riparare quello che è stato. Il “Vi comando queste parole, scolpitele nel vostro cuore” di Primo Levi per me è qualcosa di sacrosanto e, con questo libro, credo di aver provato a dare il mio Tiqqun 'olam.

Nel romanzo le due storie individuali incrociano la storia collettiva del Novecento, un secolo che sappiamo essere segnato da tantissimi eventi. Secondo quale criterio li ha scelti?

«Ho scelto quelli che erano funzionali alla storia. Faccio un esempio: la strage alla stazione di Bologna del 1980. La prima volta in cui ne parlo Bianca è una bambina abbandonata a sé stessa perché la mamma la picchia e a casa della vicina c’è un personaggio insidioso, ma nessuno sembra accorgersene. Un abbandono che esiste a causa dell’omertà di tutti. Dicevo: quando parlo della strage alla stazione, la bomba è appena esplosa e ricordo che in un primo momento si parlò addirittura dello scoppio di una caldaia. Poi sono arrivati i depistaggi, che purtroppo hanno attecchito perché molti ancora non hanno le idee chiare su chi è stato a mettere la bomba. E questa omertà nel libro si chiude alla fine di un sogno psichedelico - che Bianca fa nel momento in cui è appena uscita dalla tentazione della droga – durante il quale cade vicino a una lapide su cui è scritto di chi è la responsabilità. Lo scrivo a chiare lettere, proprio nel momento in cui lei si affranca dal suo passato». —

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