«Ho fatto morire Sullivan mille volte nella mia America vista solo nei film»

Il modenese Gianfranco Mammi racconta il suo nuovo romanzo appena pubblicato e già entrato nella rosa del Campiello

MODENA Si muore anche nei paesini nel sud degli Stati Uniti, in quel west moderno dove invece dei cavalli si usano i furgoni pick-up e la gente rude parla e vive come nei telefilm. Ma succede che in uno dei questi paesini dall’aria texana c’è un anonimo concittadino che muore e muore continuamente.
 
Muore in paese e fuori, muore in altre contee, alle Hawaii, in Nebraska, muore ovunque. Muore di malattia, per banali incidenti, colpito da un proiettile durante una rapina al supermercato e in mille altri modi. Il paese è sconvolto. Lo sceriffo so-tutto-io, la sua vice, il sindaco, il coroner e tutti altri, tra un drink e l’altro, devono partecipare a continue autopsie e funerali, tutti pagati dal nipote di Sullivan ridotto sul lastrico.
 
Le investigazioni finiscono scavalcate da nuove segnalazioni di morti. Solo don Gomes, mezzo portoghese e mezzo indiano, vede il caso sotto una luce diversa. È difficile leggere un romanzo così originale e intriso di humor come “Nostra Signora dei Sullivan” del modenese Gianfranco Mammi (Nutrimenti editore 2021).
 
Non a caso, appena uscito, è già entrato nella rosa per il Premio Campiello 2012. La sua forza narrativa sta nell’iperrealistica descrizione di una solitaria e diradata America texana che in realtà Mammi conosce solo da film e telefilm. Il luogo per lui immaginario che popola gli schermi di un recente filone di film da “Questo non è un Paese per vecchi” fino al recente “Hell or High Water”. 
 
Mammi, Lei è un autore di racconti. Questa volta ha pubblicato un corposo romanzo.
«È vero che la mia prima prova narrativa era una raccolta di racconti (“Uomini senza Mercedes”, Fernandel 2002), genere su cui poi ho lavorato anche più avanti e che coltivo ancora adesso, ma già la seconda e la terza uscita erano romanzi, sia pur brevi o brevissimi. Nel 2014 poi è stata pubblicata “La scellerata” (Aracne), un romanzo di 234 pagine, di dimensioni quindi non certo piccole. “Nostra Signora dei Sullivan” si è sviluppato nel corso degli ultimi sei o sette anni ed è cresciuto piano piano come un grosso tartufo, fino a superare le 330 pagine. Ha fatto tutto il romanzo; io gli ho solo dato voce e “spago”».
 
La storia riguarda un uomo “grigio” che muore continuamente in mille modi e circostanze diverse. Un fatto che mette in crisi un paesino moderno americano col suo contorno di personaggi western: sceriffo, sindaco, pompe funebri e alcune figure del paese. Come è nata questa idea così originale?
 
«Secondo me le idee vengono per conto loro, quando vogliono loro, e senza un particolare “perché”; probabilmente dipende da quello che abbiamo letto, ascoltato, visto e mangiato nelle settimane precedenti, ma non ne sono sicuro. Un bel giorno mi è venuta la voglia di provare a scrivere questa cosa, ho buttato giù dieci righe di incipit e poi ho lasciato il tutto a fermentare. Forse ha fermentato un po’ troppo».
C’è un significato “metafisico” in questo un uomo ordinario che muore continuamente in modi tanto diversi?
«Direi di no, ma si tratta solo una mia impressione. Ogni lettore è libero di interpretare la storia di Sullivan a proprio piacere, secondo le proprie inclinazioni e i propri sogni. Non si tratta di un romanzo “a tesi”, non voglio sostenere né dimostrare nulla – è solo l’esito di un gran desiderio di raccontare – desiderio che lascia la massima libertà a me e al lettore. È una narrazione del tutto “elastica”».
 
Sullivan sembra uscito da un film dei fratelli Cohen. Quanto si è ispirato ai telefilm e ai film americani?
«Moltissimo. Io non ho mai visitato gli Stati Uniti, quindi per i dettagli e l’ambientazione mi sono basato unicamente su quanto ci fanno vedere gli innumerevoli film e telefilm di produzione americana. Con tutti gli stereotipi e le distorsioni (volute o meno) che ne derivano, ovviamente. Non avevo in mente proprio i film dei fratelli Cohen, però se il risultato finale fa pensare a questa coppia di registi, la cosa non mi dispiace affatto, anzi».
 
A fare la differenza tra il suo romanzo e una storia alla Stephen King o alla Philip K. Dick è il suo umorismo. Questa vena di ironia cambia continuamente non solo i registri della narrazione ma anche il nostro modo di considerare i personaggi intorno a Sullivan. Quanto incide nel suo stile l’umorismo ?
«Probabilmente senza almeno una goccia di ironia non riuscirei a scrivere neanche mezza paginetta; diciamo che è un po’ il mio carburante. È anche la fonte maggiore del mio divertimento nel narrare. D’altre parte mi sembra che una storia di questo tipo, priva di umorismo, sarebbe venuta fuori come un brutto e pesante pastrocchio; le note ironiche danno un ritmo, un colore, una certa profondità di visione. Anche il lettore dovrà pur divertirsi, no?» —

 

 

 

Nelle foto: una chiesa in una gosht town americana, la copertina di “Nostra Signora dei Sullivan” (Nutrimenti 2012) e l’autore del romanzo, il modenese Gianfranco Mammi.