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Montefiorino, il libro. «La Storia si trova anche nelle vite di un piccolo villaggio di montagna»

Angelo Borghi nei suoi “Racconti del Borgo” dà la parola in dialetto e italiano a contadini, preti, artigiani e narratori che convivono a Vitriola nel Seicento

MOTEFIORINO La domenica di Don Andrea alle prese con un fraticello girovago che scuote i parrocchiani con le sue parole, la magia delle fiabe raccontate in dialetto da Pellegrino ai bambini di Tarina, il brusio, i venditori e ciarlatani al mercato di Montefiorino il giorno dopo l’impiccagione di un soldato bandito, Renzo un bambino diverso che entra nel mondo della magia popolare, la prima messa di Don Domenico in presenza dei suoi genitori orgogliosi del loro ruolo sociale.

E tante altre storie. “Racconti del Borgo” (Incontri Editrice, 2021) del sassolese Angelo Borghi ricostruiscono, anche partendo da documentazione dell’epoca, il mosaico della vita della comunità di Vitrola, un piccolo paese appenninico, nella prima metà dei Seicento.

Sono racconti brevi che si intersecano, come le loro storie umane, riuscendo a dare la coralità di un villaggio tra problemi quotidiani, religiosità, potere e cultura popolare. Un mondo che, come Vico, giocatore di morra, uomo di mondo, era lungo come i suoi passi in una giornata. E’ curatissimo nella narrazione il registro dell’uso del dialetto, che ricalca quello della zona, e dell’italiano, una lingua franca come il latino per chi aveva studiato. Borghi riesce a rendere in modo preciso la realtà di quei tempi evitando effetti iperrealistici o dispersioni in dettagli inutili. Un libro che indica un nuovo modo di raccontare il nostro territorio.


Racconti del Borgo” si svolge a Vitriola nel Seicento. Perché ha scelto una piccola frazione di Montefiorino per ambientare le sue storie?

«A Vitriola ho acquistato una casetta nel momento in cui sono stato collocato a riposo. Il luogo è carico di suggestioni e per una persona curiosa come me è stata un'autentica benedizione trovarmi di fronte a tante sollecitazioni. La Parrocchiale, gli Oratori, i nuclei di case sparse costituiscono uno scrigno di gemme preziose».

Ogni personaggio corrisponde a un documento storico da lei trovato?

«La quasi totalità dei personaggi è frutto di pura invenzione: solo in qualche caso ho riferimenti precisi. Per due sacerdoti, ad esempio, ho potuto ricavare dati anagrafici presso l'Archivio Vescovile di Modena, mentre per un altro ho consultato un testo dell'epoca».

È stato difficile ambientare queste vicende umane nel Seicento, oltretutto in una zona periferica come l’Appennino modenese?

«No, non ho trovato particolari difficoltà avendo una buona scorta di fantasia, certo che non basta. La prima metà del Seicento è molto significativa anche per Sassuolo, si pensi alla trasformazione del Castello in Palazzo Ducale. Mi ero già interessato in precedenza a questo periodo particolare a proposito della sepoltura della figlia del Duca Francesco I che si trova presso il Carmelo sulla strada per Montegibbio».

La storia di Renzo è quella di un ragazzo diverso che si inserisce nella cultura popolare dei guaritori e “maghi”.

«Renzo è un ragazzo estremamente sensibile (autistico forse? Ma allora non si conosceva l'autismo) che riesce comunque, aiutato dai familiari, a trovare una sua ragione di vita nella cura di piccioni anche da viaggio. Essendo un "diverso" si deve muovere tra santoni e cultori di ogni genere di credenza e superstizione tipici dell'epoca».

Nei racconti ricorre spesso il dialetto. Per lei quanto è importante? E in questo caso quanto è aderente al dialetto locale di Vitriola?

«Il dialetto è la mia lingua madre: ho imparato l'italiano a scuola. Certo che vi sono affinità con il dialetto " montanaro" ma i suoni ed alcuni significati sono diversi. Immagino che nel Seicento fosse particolarmente complicato comprendersi fra valligiani e montanari: i signori parlavano oltre al dialetto locale il volgare, i preti potevano aggiungere una discreta conoscenza del latino».

In passato, Lei aveva pubblicato altre due raccolte di racconti. “Osteria del Merlo” e “L’Uccel Grifone e altre storie”. “Racconti del Borgo” si inserisce in questa linea letteraria e come si può definire?

«“Osteria del Merlo” e “L'uccel grifone” riportano racconti anche di carattere familiare mentre in questa raccolta mi sono potuto esprimere in tutta libertà. Lo spirito è lo stesso: portare in primo piano la vita delle persone semplici, avvicinarsi alla grande Storia attraverso le traversie di poveri contadini e popolani che cercano di migliorare la propria posizione sociale». —