«Splendido viaggio che dura da trent’anni In un libro vi racconto i Modena City Ramblers» 

Franco D’Aniello: «Ho voluto mettere nero su bianco le emozioni di un’avventura piena di sorprese grazie alla musica»

NICOLA CALICCHIO

«Franco D’Aniello usa la penna come il flauto irlandese, con arte e bravura: e i suoi racconti, tra la via Emilia e il Guatemala, tra il Che e don Ciotti, sono una ballata salgariana, in un oceano di ironia, incontri, suoni e bellezza. In viaggio con i Modena City Ramblers, scopriamo la magia segreta della musica, la meraviglia delle sorprese, delle attese, delle emozioni. Un libro che ti viene voglia di rileggere così come riascolti, all’infinito, la canzone del cuore". Così il giornalista Darwin Pastorin in occasione dell'uscita del libro (prevista per domani 7 maggio) di Franco D'Aniello “E alla meta arriviamo cantando – Le storie, i viaggi, la musica dei Modena City Ramblers” (La nave di Teseo). Hanno suonato a Plaza de la Revolución a Cuba e nel deserto del Sahara, hanno portato la loro musica tra i dimenticati del mondo e fatto ballare migliaia di persone nelle piazze. Dopo trent’anni di musica, viaggi e avventure insieme, Franco D’Aniello, fondatore dei Modena City Ramblers, racconta la loro storia.


D'Aniello, lei in questo libro racconta i primi 30 anni in giro per il mondo?

«Sono trent'anni che vado in giro per l'Italia e il resto del mondo a suonare con i Modena City Ramblers. Centinaia di palchi, milioni di chilometri in macchina, un'ernia al disco, migliaia e migliaia di persone conosciute, di strette di mano, qualche birra ogni tanto, e musica, tanta. L'idea di mettere in parole scritte tutte le emozioni, o se non tutte molte di esse, non è per vanità o voglia di mettermi alla prova con qualcos'altro che non sia la musica. Credo che sia bello, o almeno pensare che tanti nostri fanpossano condividere con me questi miei pensieri».

Per i Modena City Ramblers il viaggio non è mai stato fine a sé stesso.

«Un po' il dietro le quinte di una canzone, di un disco, del viaggio che magari ha proprio ispirato quella canzone. Per noi il viaggio rappresenta un momento importante dal punto di vista artistico e sociale. Come dice il titolo del nostro primo album, che abbiamo tradotto da un disco di Bob Dylan, “Riportando tutto a casa”, il viaggio non è il fine ma il mezzo perché la testa si apra totalmente lasciando entrare esperienze, visioni, rumori, suoni, profumi che poi diventano canzoni. Tutto quello che ho visto e sentito in questi anni è ancora vivo nella mente, nel cuore, nella pancia».

Lei trovò un fischietto di metallo ed è diventato Franco dei Modena City Ramblers.

«Sono sempre stato innamorato dalla musica irlandese e nei primi anni '80 ho comprato un flauto che, ancora oggi, è il mio strumento preferito. Da quando abbiamo iniziato a suonare sono conosciuto da tutti come Franco dei Modena City Ramblers».

Da un appartamento alla periferia di Modena al primo concerto al circolo Wienna.

«Dall'appartamento nella sede dell’Associazione Italia-Bulgaria, dove facevamo le prove, arrivare al circolo Wienna, il passo fu brevissimo. Giusto il tempo di imparare una decina di drinking songs irlandesi e gettarle in pasto ai malcapitati spettatori, che forse avrebbero preferito bersi una birra in pace e invece dovettero assistere alla più grande messinscena punk-folk della storia della musica emiliana. E come in Blues Brothers, alla fine, le consumazioni superarono di gran lunga il cachet».

E quando avete visto i primi soldi?

«Il primo cachet della storia dei Modena City Ramblers, duecentocinquantamila lire, arrivò un paio di mesi dopo. Precisamente in corso Adriano a Modena davanti alla vecchia Fabbrica del Ghiaccio, un bar gestito da anziani coniugi, senza dire una parola in italiano. Altro che Irlanda, che Nashville, lì eravamo in Emilia, gli ultimi scampoli dell’Emilia cantata da Guccini. Credo proprio che per una band come la nostra fossero gli ultimi anni utili per nascere e affermarsi».

Siete nati quando non c'erano ancora i social.

«L'era dei social ancora non era iniziata ma tempo qualche anno il mondo sarebbe davvero cambia- to. In quel periodo c’era ancora il passaparola, c’erano decine di feste dell’Unità dove suonare, i giovani uscivano, ascoltavano e guardavano dal vivo, era tutto autentico ed era tutto unico, un attimo, e se vedevi un concerto ti doveva rimanere nella memoria, nel cuore e se volevi rivederne qualcuno dovevi tornarci. Niente selfie, niente YouTube. Noi, quell’attimo, lo abbiamo colto».

Nel libro lei scrive che il 1994 per i MCR è stato un anno cruciale. Perché?

« A marzo esce il nostro primo cd “Riportando tutto a casa”, per l indipendente Helter Skelter, specializzata in musica underground, Prima avevamo registrato due demo tape che duplicavamo in serie col mangianastri doppio, e poi li mandavamo ai locali dove facevano musica live con una breve presentazione. Dopo l’uscita del cd, che andò esaurito in poco tempo, facciamo una valanga di concerti, firmiamo il nostro primo contratto con un’etichetta importante, la Polygram. La musica poteva essere il nostro lavoro».

La canzone più bella?

«Sicuramente “Bella Ciao”, anche se non l'abbiamo scritta noi, e “I cento passi” dedicata all'attivista Giuseppe “Peppino” Impastato. E' una canzone che ci rappresenta molto».

Il concerto a cui siete più legati?

«La nostra prima volta al Concertone del 1 Maggio del 1996 in Piazza San Giovanni, a Roma. Un'emozione indescrivibile». —

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