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Lo scrittore modenese Massimi indaga tra i misteri irrisolti dell’incendio del Reichstag

«Quel rogo è stato un evento che ha cambiato la storia Con “I demoni di Berlino” rendo giustizia a una vittima»

MODENA. Dalla misteriosa morte della nipote di Hitler (la ventiduenne Angela Raubal, detta Geli) all’incendio del Reichstag a Berlino del 27 febbraio 1933: dopo il successo internazionale riscosso dal suo romanzo di esordio “L’angelo di Monaco”, lo scrittore modenese Fabiano Massimi è tornato ieri in libreria con il secondo di quella che (nei suoi piani) diventerà una serie di sette romanzi. Si chiama “I demoni di Berlino” presentato ieri alle 18 in diretta sulle pagine Facebook “Asino che vola”, “Ubik Modena” e “La Tenda”.

Massimi ha accettato di spiegarci come nasce il seguito del precedente, e ben accolto, romanzo.



Sauer, l’ex commissario, sui membri del Partito nazista dà un giudizio secco: “Siete tutti apprendisti del diavolo. Siete tutti demoni affamati di anime”. Sono loro dunque “I demoni di Berlino” del titolo?

«Il suo protagonista li giudica come se fosse un contemporaneo…* Sì e no, diciamo che il titolo vuole rimanere ambiguo. I demoni di Berlino sono anche i demoni interiori dei personaggi, sospesi in un’epoca di passaggio – la Repubblica di Weimar - tra un passato ambiguo ed un futuro incerto. Tutti loro hanno qualcosa di nascosto o da nascondere, con il quale combattono, e vivono un conflitto interiore che li porta poi a una decisione difficile: seguire Hitler oppure no. Di sicuro Sauer - che ha già avuto modo di incontrare molti di questi personaggi ne “L’angelo di Monaco” e adesso assiste al momento in cui a Berlino i nazisti stanno per prendere il potere - inizia ad avere una certa consapevolezza di quello che sta per succedere. Il partito è ormai in giro da più di 10 anni, un periodo lungo in cui la Germania ha faticato a comprendere chi fosse Hitler ma in quel momento nel Paese si inizia a capire cosa vuole e anche quali sono i suoi metodi. Quindi quel giudizio è nostro ma è già anche suo».

Alla fine del romanzo lei spiega che ha inventato solo là dove le fonti tacciono. E nella bibliografia se ne contano quasi 50… Quanto e quando ha dovuto azzardare?E quali “ombre” restano ancora oggi attorno all’incendio del Reichstag?

«Per quanto riguarda i miei personaggi, ho azzardato in diversi momenti. Sauer, Mutti, Rosa: li ho inventati, sì, però basandomi su personaggi reali dell’epoca. E fanno cose che sembra siano accadute veramente. Quella dell’incendio del Reichstag è una vicenda nota, che tuttavia resta avvolta nel mistero: nelle fonti si trovano tantissimi indizi che spiegano quello che può essere davvero successo, eppure non è mai stato acclarato. E in qualche modo il romanziere può riempire “buchi” logici, cosa che lo storico non può fare. La cosa interessante è che le prove più schiaccianti sono tutte nelle fonti… il corridoio sotterraneo che univa il Reichstag con il palazzo di Göring ne è un esempio. E la sera dell’incendio, all’interno di quel palazzo, c’era davvero il portavoce di Hitler. La cosa sicura invece è che ci fu una persona che divenne il principale accusato dell’incendio e pagò per tutti. Era l’unica innocente, però».

Ed è proprio a lui che ha dedicato il libro. Scrive che raccontare la sua storia può servire come testimonianza e riparazione del torto che dovette subire…

« Esatto: riportare alla luce, raccontare, è un modo per riparare. Rendere giustizia alla vita di qualcuno che non ne ha ricevuta. Già ne “L’angelo di Monaco” scrivevo che non è vero che la storia la scrive chi vince ma chi sopravvive quindi, prima o poi, anche gli sconfitti e i dimenticati ritrovano la voce. L’incendio del Reichstag è stato come l’11 settembre: ha cambiato la storia. L’11 settembre, però, ha fatto tante vittime mentre qui ce n’è stata solo una. Ma siccome non è stato lui, occorreva restituire dignità alla sua figura anzitutto rendendolo più famoso. Chi lo conosce, del resto? Un poveretto fatto passare per un demente, giustiziato tre giorni prima del suo venticinquesimo compleanno».

Ad un certo punto il sergente Mann dice una frase che colpisce: “La gente crede di volere la libertà, ma in realtà baratterebbe qualsiasi cosa per un po’ di sicurezza. O per l’impressione di sicurezza”. È dunque questo il rischio, secondo lei?

« Lo facciamo tutti I giorni, lo fa anche chi pensa di non farlo. È una frase a cui tengo molto, che mi fa venire in mente due cose. La prima è successa a gennaio: negli stessi giorni in cui stavo completando la revisione del libro – e stavo raccontando dell’incendio al Parlamento tedesco che ha portato dalla Repubblica alla dittatura – a Washington c’è stato l’assalto al Campidoglio e sembrava di rivedere quella scena lì. Tutto il mondo ha avuto, per un attimo, il brivido che si potesse restituire la Repubblica a un dittatore. La seconda riguarda la nostra quotidianità, che ci vede consegnare i nostri dati – e quindi la nostra vita – ad Alexa piuttosto che a Google. E lo facciamo in nome della libertà, ma di fatto ci stiamo schiavizzando».

Il finale resta aperto, ci sarà dunque un seguito?

«L’angelo di Monaco" era nato per essere un libro a sé, per il quale avevo creato dei personaggi ai quali mi sono affezionato… e non solo io. E siccome poi ho scoperto che la storia di Geli Raubal non si conclude dove l’ho conclusa io ma c’è un episodio realmente accaduto diversi anni dopo in un altro luogo, mi sono detto che lo dovevo raccontare. Credo che abbia un senso, non solo narrativo ma anche storico, raccontare l’ascesa del nazismo, come si è arrivati dalla Repubblica alla guerra e come un intero popolo sia rimasto soggiogato da quella follia.
E parallelamente narrare le vicende dei miei protagonisti attraverso questi grandi momenti della storia: la morte di Geli Raubal, l’incendio del Reichstag, e altre tappe che seguiranno. Posso dire che, se tutto va come spero, saranno sette libri. Il terzo uscirà l’anno prossimo e i protagonisti saranno immersi in un altro grande evento degli anni Trenta». —

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