Modena.  1973/ 3  Il presidente Leone inaugura a Carpi il Museo al deportato

Durante la guerra dal vicino Campo di Fossoli erano partiti dodici convogli diretti ai lager. Su quei treni anche Primo Levi

 
Fossoli è stato il Campo nazionale della deportazione razziale e politica dall’Italia.
Lì, a circa sei chilometri da Carpi, è ancora visibile il Campo costruito nel 1942 dal Regio Esercito (e durato fino all’8 settembre 1943) per imprigionare i militari britannici, sudafricani e neozelandesi catturati nelle operazioni di guerra in Africa settentrionale. Il 5 dicembre del 1943 la Repubblica Sociale Italiana apre a Fossoli, in ottemperanza ai dettami della Carta di Verona, che definiva gli obiettivi politici del Partito Fascista Repubblicano nato dalle ceneri del Partito Nazionale Fascista, e dell’Ordine di Polizia n. 5, il campo di raccolta speciale per gli ebrei provenienti dai campi provinciali del territorio della R.S.I. Dal gennaio del 1944, oltre agli ebrei, cominciano a essere internati nel Campo anche gli oppositori politici. Dal 15 febbraio il Campo passa sotto il diretto controllo delle SS, e diventa Campo poliziesco e di transito (Polizei und Durchgangslager), utilizzato dalle SS come anticamera dei Lager nazisti.
 
 
I circa 5.000 internati politici e razziali che passarono da Fossoli ebbero come destinazioni i campi di Auschwitz-Birkenau, Mauthausen, Dachau, Buchenwald, Flossenburg e Ravensbrück. Dodici i convogli che si formarono con gli internati di Fossoli; sul primo diretto ad Auschwitz, il 22 febbraio, viaggiava anche Primo Levi che rievoca la sua breve esperienza a Fossoli nelle prime pagine di Se questo è un uomo e nella poesia Tramonto a Fossoli, citando Catullo... 


Soles occidere et redire possunt: / nobis, cum semel occidit brevis lux, / nox est perpetua una dormienda: Io so cosa vuol dire non tornare. / A traverso il filo spinato / ho visto il sole scendere e morire; / ho sentito lacerarmi la carne / le parole del vecchio poeta: / “Possono i soli cadere e tornare: / a noi, quando la breve luce è spenta, / una notte infinita è da dormire”.


Questo è l’elenco di convogli di ebrei partiti dal Campo di Fossoli nel 1944

26-31 gennaio: Fossoli-Bergen Belsen: deportati 83

19-24 febbraio: Fossoli-Bergen Belsen: deportati 69

22-26 febbraio: Fossoli-Auschwitz: deportati 517

12-26 marzo: Fossoli-località non identificata: deportati 71

5-10 aprile: Fossoli-Auschwitz: deportati 558

16-23 maggio: Fossoli-Auschwitz: deportati 582

16-20 maggio: Fossoli-Bergen Belsen: deportati 122

26-30 giugno: Fossoli-Auschwitz: deportati 525

1-5 agosto: Fossoli-Verona-Auschwitz: deportati 156

1-4 agosto: Fossoli-Verona-Buchenwald: deportati 21

1-5 agosto: Fossoli-Verona-Ravensbrück: deportati 19

1-6 agosto: Fossoli-Verona-Bergen Belsen: deportati 49

Dopo la fine della guerra il Campo viene utilizzato come campo di concentramento per prigionieri: militari che avevano combattuto al servizio dei nazifascisti e civili collaborazionisti. In questa fase, come in precedenza, don Francesco Venturelli, parroco di Fossoli, svolse opera di assistenza ai prigionieri. Nel clima di forte contrapposizione di quei mesi Venturelli fu ucciso il 15 gennaio 1946.



Dal maggio 1947 all’agosto 1952 il Campo è occupato dalla comunità dei “Piccoli Apostoli” di don Zeno Saltini, che a Fossoli danno vita a Nomadelfia, una comunità per bambini abbandonati e orfani di guerra. Nel momento di massima espansione si raggiunge la cifra di 700 bambini e, compresi gli adulti, si arriva alle 1.000 persone. Il governo decide di porre fine all’esperimento in cui il cristianesimo si univa a un forte impegno sociale detto comunismo evangelico, e don Zeno, anche per la pesante situazione debitoria, è costretto a lasciare Fossoli. Nel 1952 la comunità si trasferì a Grosseto.

Dal 1954 alla fine degli anni ‘60 vi giungono i profughi giuliani e dalmati provenienti dall’Istria e vi fondano il Villaggio San Marco. Di proprietà dello Stato, il Campo dopo il 1970 cade in uno stato di abbandono.

Nel 1973 l’inaugurazione del Museo Monumento al Deportato spinse il Comune a richiedere l’acquisto dell’area, che nel 1984 venne concessa “a titolo gratuito”.

Il Museo è composto da tredici sale, caratterizzate da luci ed elementi grafici particolari tesi a creare un’atmosfera di impatto emotivo per il visitatore, basato su simboli e graffiti.

La continuità delle sale è scandita dall’incisione di frasi alle pareti, che costituiscono la principale testimonianza del Museo: si tratta di brani scelti da Nelo Risi dalle Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea. Le frasi delle vittime incise sui muri parlano della loro terrificante esperienza nei Lager nazisti.

Le pareti di alcune sale sono decorate da graffiti su bozzetti di Cagli, Guttuso, Léger, Longoni, Picasso, mentre le teche contengono reperti, materiali e fotografie che documentano la vita dei prigionieri nei Campi, raccolti e ordinati da Lica e Albe Steiner.

L’ultima sala reca incisi sulle pareti e sulle volte i nomi di circa 15.000 cittadini italiani deportati nei Lager.

Iscrizioni e graffiti sono stati incisi sul cemento fresco dai maestri della “Cooperativa Muratori e Braccianti” di Carpi.

Nel cortile esterno sedici grandi stele, monoliti in cemento alti sei metri, recano i nomi di 60 campi di concentramento e di sterminio nazisti. Le stele, nelle cavità da cui emergono, sono arricchite da roseti, simbolo di rinascita.

Già nel 1955 a Carpi era stato creato un comitato presieduto dal sindaco Bruno Losi, e composto dai rappresentanti degli Enti locali, dall’Unione delle comunità israelitiche e dalle associazioni di ex deportati e combattenti, con lo scopo di organizzare iniziative tese a valorizzare il sacrificio e la resistenza delle vittime dei nazisti.

Fin dal 1961 il comitato aveva in animo di erigere a Carpi un Monumento al Deportato e di ufficializzare tale decisione in una riunione straordinaria che avrebbe dovuto aver luogo nel corso di una manifestazione nazionale organizzata per il dicembre di quello stesso anno. Il 9 e 10 dicembre si riversò a Carpi una folla enorme di persone, tra cui molti ex deportati convenuti da tutta Europa per ricordare le vittime dei Lager nazisti.

Il successo di una mostra temporanea, allestita in quella occasione dall’Istituto storico della Resistenza di Modena negli ambienti del palazzo dei Pio, suggerì l’idea di arricchire con un’esposizione permanente quel Monumento al Deportato che Carpi si accingeva ad erigere.

Dopo l’approvazione ufficiale di tale iniziativa da parte del Consiglio comunale, Bruno Losi espose il progetto in una conferenza stampa tenutasi in Senato il 19 dicembre 1962, e successivamente al Presidente della Repubblica Antonio Segni.

Nel contempo il Comune di Carpi aveva individuato in un’ampia zona a piano terra del palazzo dei Pio la sede più idonea a ospitare l’erigendo Museo Monumento. Il bando di concorso nazionale rivolto ad architetti e artisti fu reso pubblico il 20 gennaio 1963 con scadenza di otto mesi prorogata al 20 novembre.

I sette progetti pervenuti alla commissione giudicatrice furono esaminati nei primi giorni del febbraio 1964, e il primo classificato fu quello dello studio milanese BBPR (fondato nel 1932 dagli architetti Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers) in collaborazione con il pittore Renato Guttuso. Nel 1944 Banfi e Belgiojoso furono arrestati e deportati a Mauthausen, dove Banfi morì: partecipare al concorso coinvolgeva il gruppo a livello tanto personale quanto professionale.

Il Museo Monumento al Deportato politico e razziale venne inaugurato il 14 ottobre 1973 dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone.

Alla cerimonia erano presenti Sandro Pertini, Presidente della Camera dei Deputati, il senatore Umberto Terracini e una folla enorme, come potete vedere dalle foto qui prodotte. Carlo Azeglio Ciampi lo visitò nel 2003, e Sergio Mattarella nel 2017. —

Rolando Bussi

bussirolando@gmail.com

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