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Modena 1973/ 5  Anche un modenese nella spedizione per scalare l’Everest

 Luigi Bernardi di Sant’Anna Pelago, nazionale di sci di fondo Scavi davanti a palazzo Europa, spunta una necropoli romana

 La spedizione alpinistica organizzata da Guido Monzino portò gli italiani sull’Everest nel maggio 1973. All’impresa prese parte anche Luigi Bernardi, nato a Sant’Anna Pelago (Pievepelago) il 4 gennaio 1941, già nazionale azzurro di sci di fondo. La colossale spedizione (1.500 portatori) fu organizzata dal Comando Militare italiano con scopi scientifici e vide la partecipazione di 60 italiani, dei quali 33 erano gli scalatori veri e propri

. Notevoli le difficoltà incontrate (tra cui la caduta di un elicottero d’appoggio) e superate, fino all’ultimo campo-base. Nel gruppetto giunto a poca distanza dalla cima c’era pure Luigi Bernardi, e si decise che i primi a raggiungere la vetta fossero scalatori dell’Esercito, i meno preparati all’impresa; le difficoltà incontrate per giungere alla quota di 8.848 metri e le mutate condizioni meteorologiche

sconsigliarono poi ulteriori salite, cosicché Bernardi dovette “accontentarsi” di giungere a un palmo dal tanto agognato traguardo. Al rientro in Italia furono accolti in modo trionfale e furono ricevuti anche dal Papa. Siamo ormai a metà giugno, e comincia il periodo “feriale”, cioè quel tempo dell’anno in cui i termini previsti dal Codice penale si bloccano, e scatta automaticamente l’interruzione dei lavori del Tribunale Penale, che però ha lavorato molto. In 79 udienze, per i 698 procedimenti esaminati, il Tribunale ha emesso 405 sentenze, e ha disposto il rinvio “a nuovo ruolo” di 293 processi. Gli imputati erano 1.048 (217 in stato di detenzione preventiva e i restanti a piede libero). Non tutti quelli a processo erano Modenesi! / segue A PAG. 24 Si scava davanti a “Palazzo Europa” (per me non certo bello: tredici piani, 36 metri d’altezza per un totale di oltre 60.000 metri cubi. Nato come “tempio” dell’associazionismo cattolico e del mondo cooperativo, negli anni la struttura ha aperto le porte a svariate attività commerciali, uffici, self-service e sale conferenze), e si trova una necropoli di epoca romana, con la stele di Q. Olius Achilles, ora conservata al Museo Civico Archeologico Etnologico. Per chi non vede bene l’immagine, ecco: Q(uintus) Olius Q(uinti) l(ibertus) / Achilles sibi et / Q(uinto) Q(uinti) l(iberto) Salvio / Q(uinto) Q(uinti) l(iberto) Caepori / patronis / Oliae Eleuterae /matri / posterisq(ue) suis / in fro(nte) p(edes) XIV / in ag(ro) p(edes) XVI “Quinto Olio Achille, liberto di Quinto [pone il monumento] a se stesso, a Quinto Salvio e Quinto Caepor, liberti di Quinto e patroni, alla madre Olia Eleutera e ai suoi posteri. [L’area sepolcrale misura] sul lato principale 14 piedi, in profondità 16 piedi”.



E una telefonata “cretina” (come si dice da noi) al “113”, il solito scherzo di cattivo gusto, porta di notte i Modenesi “a testa all’insù” sotto la Ghirlandina, dove un uomo avrebbe dovuto minacciare di buttarsi “a testa all’ingiù”.

Ma sul raccordo tra l’Autostrada del Sole e quella del Brennero, nei pressi del casello di Campogalliano, un militare di Verona in licenza, a bordo di un’auto rubata, dopo aver forzato quattro posti di blocco tentando per due volte di investire gli agenti che gli intimavano l’“Alt!”, viene colpito al polmone da una pallottola, che forse voleva forare una delle ruote. Portato all’ospedale di Sant’Agostino, muore poco dopo. La magistratura avvia un’indagine.

Il 1° agosto si apre il primo tratto della tangenziale di Modena. È ancora breve, perché parte da Via Emilia Est, ma bisogna uscire all’altezza di Via Nonantolana, percorrere Via Ciro Menotti e poi Via Paolo Ferrari, e riprendere il vecchio itinerario.



E l’8 agosto, sotto il portico del Municipio in Piazza Grande, nella sala della SIP (nel 1994 trasformata in Telecom Italia), che due giorni dopo deve cambiare sede, trasferendosi in Via Università in un ambiente più capiente con 18 cabine telefoniche, entrano due coniugi che cominciano a litigare. Il marito estrae un’arma (per fortuna non una rivoltella, ma una scacciacani, cioè una pistola che spara a salve). Lei voleva divorziare, ma il marito non era d’accordo! E a Modena le statistiche mostrano un numero di divorzi minore rispetto all’anno appena trascorso.



E alla fine di agosto su tutti i muri della città compare un manifesto, con al centro due piatti da bilancia sorretti dalla cornetta di un telefono: “Difendi la tua spesa. Chiama il Governo. Telefona al 222500”. È la lotta al caro-vita, con il controllo dei prezzi e la segnalazione di eventuali abusi, un tema su cui ritorneremo.

In un cortile coperto delle fonderie “Corni” scoppia un camion carico di carburo. Il cassone dell’autocarro si era inzuppato d’acqua piovana e, tolto il telo, si sprigiona un gas che provoca l’esplosione. Solo ferito, per fortuna, l’autista.

A Napoli tutto ebbe inizio il 24 agosto quando a Torre del Greco (la città alle falde del Vesuvio dove Giacomo Leopardi morì nel 1837 proprio di colera) si registrarono due casi di “gastroenterite acuta”. Fu nei giorni successivi, quando all’ospedale “Cotugno” si presentarono altri casi di ammalati con gli stessi sintomi (diarrea, vomito, crampi alle gambe) che vennero fugati i residui dubbi: era colera. Il responsabile dell’infezione venne individuato nel consumo di cozze, all’interno delle quali si annidava il vibrione (poi si stabilirà che non si trattava di quelle coltivate nel Golfo di Napoli, ma di una partita importata dalla Tunisia). Cominciò allora la guerra ai mitili, di cui venne vietata la coltivazione e il consumo, una decisione scontata e indispensabile che tuttavia determinò la protesta accesa di quanti vivevano di quel commercio. Napoli si risvegliò nel terrore di rivivere gli incubi delle due pandemie che devastarono la città un secolo prima, quando i morti furono migliaia: oltre tredicimila vittime nel 1837 e settemila nel 1884. La pagina nera si chiuse il 25 ottobre, a circa due mesi dal primo caso riscontrato, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò conclusa l’infezione di colera. Su 277 casi accertati, a Napoli si registrarono una ventina di decessi; nove furono invece i morti in Puglia, altra zona colpita dal virus colerico, di cui tre nella sola Bari.

Alla fine di settembre ancora alluvione nel Modenese dopo tre giorni di pioggia battente. All’altezza del ponte di Sant’Ambrogio si rompono gli argini del Panaro a destra e a sinistra: si allagano ampie zone del Comune di Nonantola, nelle frazioni di Bagazzano e Campazzo, e a Modena Est nella zona residenziale e in quella industriale si arriva quasi a un metro d’acqua. Allagato anche Albareto, e alcune zone dei Comuni di Bastiglia e Bomporto. Si portano in salvo bovini e suini, alloggiati al Mercato Bestiame, ma 2.000 animali da cortile sono morti. Anche il Secchia tracima in più punti, e nel Comune di Campogalliano si allagano 400 ettari. Trecento famiglie devono essere evacuate.

Sono tante le alluvioni! Tuti ricordiamo l’alluvione di Firenze! Ma nella notte tra il 4 e 5 novembre 1966 anche il fiume Livenza, ingrossato da piogge eccezionali e bloccato alla foce dall’acqua alta dell’Adriatico, sfondò un tratto di argine a nord di Motta e riversò sul paese una massa enorme d’acqua, che si precipitò a valanga nella bassura tra il Livenza e il Monticano, inondando campi e case. Come si vede nella foto qui pubblicata, ancora una volta anche qui i Modenesi prestarono aiuto!

Ancora una rapina. Quattro banditi armati rapinano l’agenzia di Via Vignolese della Cassa di Risparmio. Bottino di pochi milioni.

Rolando Bussi

bussirolando@gmail.com

(119, continua)