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Modena. Quei giorni perfetti di un’amicizia a tre: l’appassionante esordio della Nava

“La perfezione della sfera”, intenso romanzo di formazione su affetti e incomprensioni di un gruppo di studenti di Fisica

MODENA “La perfezione della sfera”, opera prima di Emanuela Nava, romanzo pubblicato pochi giorni prima della sua scomparsa, è un caso letterario non soltanto per la sua scrittura limpida o per la sua capacità narrativa, ma per il suo racconto esistenziale intenso che prende il lettore fin dalle prime pagine e lo porta fino a un punto di non ritorno.

È la storia della scoperta che Gio, la protagonista, fa di sé stessa attraverso un altro: Andrea, suo amico, l’oggetto delle sue attenzioni e poi del suo amore.


Il percorso della sua consapevolezza matura in modo lento e non sempre lineare nel corso dell’università, quando entrambi insieme a Marco, loro amico, frequentano le aule della Facoltà di Fisica di via Campi.

Il romanzo è ambientato in una Modena di fine anni ’80, familiare e in un certo senso senza tempo, cornice delle emozioni dei vent’anni che si ripetono ritualmente da una generazione all’altra. La protagonista racconta la storia di questa amicizia solare e struggente e dell’attrazione per Andrea che, attraverso un amore lento ma difficile, diventa consapevolezza di ciò che vogliamo e ciò che siamo.

Un’amicizia a tre che nel momento della sua perfezione – la sfera, che in natura è la forma più capiente e che più protegge il suo contenuto – non arriva a fondere le personalità, ma al contrario improvvisamente finisce per lasciar posto ad altro.

Gio è una ragazza che non sa di essere irrequieta e di cercare la sua strada nella vita, finché non conosce un mondo diverso dal suo. È spaventata dalle liti in famiglia, dalle prese di posizione categoriche del padre e da una madre che non approva. Cerca l’amore, ma trova solo insulse avventure tra i coetanei. Esce di sera per socializzare ma è soltanto una dei tanti partecipanti al grande rituale festaiolo degli anni ‘80. Non sa bene che cosa fare della sua vita. Dopo la maturità il padre le nega di iscriversi ad architettura – una facoltà ritenuta «troppo da maschi» - e per ripicca si iscrive a Fisica.

Intorno a questa storia personale se ne sviluppa un’altra in cui scopre sé stessa e il suo ruolo nel mondo confrontandosi con chi è altro da lei: con Marco, determinato e allegro nonostante la pesante discriminazione degli anni ‘80 verso l’omosessualità, ma soprattutto con Andrea, un ragazzo diverso dalle sue frequentazioni “centraiole”, volutamente frivole”, di un’altra città, di famiglia modesta e con un carattere seducente e carismatico. Vivranno momenti indimenticabili.

«Ci sono state delle giornate che non ritoccherei neanche nei particolari», dirà Gio molti anni dopo tirando le somme.

Lo sfondo è la giovinezza di ognuno, in una Modena che è una qualunque città di provincia con un’università, un centro pieno di ragazzi che si mettono in mostra e si vogliono divertire, le compagnie, le amicizie vere o apparenti e quindi il timore dei giudizi, la paura di sbagliare, il conformismo come ancora di salvezza verso il mare ignoto della vita. Proprio questa normalità è al centro della storia di Emanuela Nava. Una storia che si può immaginare autobiografica per l’ambiente e per certe dinamiche di comportamento ma che diventa autonoma e universale per la storia di Gio, la protagonista. Nel corso di questo lungo intreccio aleggia un finale del quale prima si intuisce solo il poco che traspare da qualche dettaglio disseminato. Darà un senso a tutta la storia.

Pubblicato da pochi giorni, “La perfezione della sfera” (Compagnia Editoriale Aliberti, 19.90 euro) è un romanzo scritto sotto la spinta di un’urgenza interiore. Contiene una sostanziosa riflessione sul significato dell’esistenza in quel momento della giovinezza in cui, secondo gli stereotipi, tutto è più facile ma che in realtà nasconde scelte importanti per le loro conseguenze su tutta la vita. Da questo punto di vista è un vero “romanzo di formazione”.

La sfera è il simbolo delle esistenze individuali e dei loro rapporti con altre esistenze. Come scoprirà Gio in età adulta, questa forma perfetta è ciò che racchiude il massimo di contenuto possibile ma allo steso tempo è minata dal pericolo di disperderlo: i segreti di ciascuno sono spesso le incomprensioni degli altri, nate da aspettative frustrate di confidenze e di amicizie.

Con un esordio letterario così ricco di sostanza, Emanuela Nava (da non confondere con un’omonima scrittrice milanese) ci lascia una testimonianza sul senso della sua e delle nostre vite. «La vita è fatta di pochi istanti, nel senso che soltanto un numero molto ridotto di istanti veramente conta, veramente è significativo. Tutto il resto del tempo si può dire che faccia da contorno, da promessa o da successivo sviluppo. Certi istanti invece sono lunghissimi nel nostro tempo mentale (…). Sono quelli che costellano la nostra esistenza e a cui il pensiero tornerà sempre, instancabilmente».

La linea di pensiero che lo attraversa è frutto di una posizione chiara su ciò che conta e ciò che non conta. Con una analisi approfondita, che traspare anche dalla narrazione di Gio arrivata a un punto drammatico della sua vita molti anni dopo quei suoi vent’anni. Quei fatti lontani nelle aule di Fisica ci raccontano una storia unica che è di tanti e forse di tutti.

«Era come se un filo invisibile avesse iniziato a unirci di più, in un destino comune in cui entrambi aspettavamo lo sviluppo di un affetto». —

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