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Ludovico Del Vecchio: «Un thriller a Modena per invitare a trattare meglio il nostro verde»

Si intitola “Morte nel bosco nuovo” il libro dello scrittore Protagonista Jan De Vermeer, il poliziotto-ecologista

CRISTIANA MINELLI

Guardare Modena dal finestrino di una volante e raccontarla come se fosse lo scenario di un noir predato da rampicanti mannari e querce sinistre è una cosa che riesce bene solo a Jan De Vermeer, il poliziotto-ecologista protagonista della saga letteraria a firma di Ludovico Del Vecchio. Gli riesce bene anche quando guarda la città emiliana dalla sua bicicletta Legnano. Sale in sella e ci scappa un cadavere. Che l’azione si svolga al parco Amendola oppure nel cuore del bosco di Verzedro, che si tratti di un nuovo green thriller appare chiaro da subito. Dopo «La Compagnia delle Piante», «La cura degli alberi» e «Il Movimento delle Foglie», già editi da Elliot, arriva in libreria per lo stesso editore «Morte nel bosco nuovo» (pp. 240, € 17,50). Jan De Vermeer questa volta deve scoprire chi si cela dietro a certi nuovi murales che hanno cominciato a fare capolino in città, una sorta di protesta writer style piuttosto interessante, che, per una volta, non scomoda i social.


Cosa succede quando Jan inizia ad indagare?

«Sui muri di una città distratta compaiono dipinti tratteggiati da due mani diverse: alcuni presentano ritratti di bimbi e sono firmati «L’Oste», altri, botanici, mostrano la distruzione degli alberi capitozzati e mutilati nei giardini, cosa che fa indignare Jan, l’uomo che piantava piccoli carpini nelle notti della Compagnia delle Piante».

Chi è «L’Oste»?

«Il pittore dei bimbi non dà indizi di sé, continua a lasciare in giro dipinti meravigliosi, quasi li avesse tratteggiati un madonnaro. Ma la scoperta dell’identità dei piccini è agghiacciante, e getterà nel terrore anche Jan e la sua famiglia».

Alberto Bacenigo, l’assassino seriale incastrato anni prima, ora in carcere, è alle prese con una nuova alternativa: uccidere o essere ucciso.

«Proprio adesso che ha annusato la felicità, sposato con Cecilia che lo viene a trovare in carcere, la donna conosciuta nella fuga de «La cura degli alberi», Alberto si ritrova di fronte a un dilemma irrisolvibile: una esecuzione decisa da altri, lui che ha sempre ucciso solo per giustizia».

La storia, come una talea, si rigenera, anzi ne incontra e ne genera altre che convergono e si intersecano fra loro. Emozionante riuscire a curare un romanzo come fosse un giardino.

«Vero, la lavorazione di un libro è meravigliosa anche se ci sono inevitabili momenti di difficoltà e mille riflessioni da fare, ogni giorno mentre si scrive, mentre ci si immedesima nei propri personaggi e si vivono tutte le loro vite».

La coda rossa di uno scoiattolo, il verso stridulo di un fagiano, il canto di un merlo, il gatto Jonesy, la storia è popolata da un parterre di animali in carne ed ossa e perfino dal fantasma del cane Pagliuca. Anche gli uomini sfrecciano sulle Pantere…

«Ci sono sempre animali nei miei romanzi, anche in questa serie botanica. Accanto a quelli domestici tutta quella fauna selvatica che affolla il bellissimo bosco di Verzedro, minacciato ancora una volta. Nei green thriller affiora così il tema dell’importanza della biodiversità, stravolta ogni giorno dall’uomo che fagocita tutte le cose».

Modena, che torna e ritorna fra le righe, dal punto di vista green è ancora una città Splendissima?

«Modena presenta una discrepanza clamorosa tra la cura prodigata al verde pubblico, a mio parere buona, e la licenza di massacrare gli alberi praticata in tanti giardini privati, con “potature” senza senso. Anche per questo scrivo; mi piace pensare che da un romanzo si possa sempre apprendere qualcosa, in questo caso ribadire l’importanza assoluta dei giganti verdi, da rispettare a tutti costi, perché producono l’ossigeno che respiriamo».

Così tocca prendere un bel respiro e cominciare a leggere, stando attenti a non perdersi nel bosco, per arrivare fino in fondo.

Radici di taxodi e querce, radici familiari. Alla fine, per andare avanti, bisogna sempre tornare indietro…

«Come va a finire, trattandosi di un thriller, non si può dire. Ma in questo romanzo Jan De Vermeer va alla ricerca anche del passato di famiglia e tutto allora può accadere, tutto ci può sorprendere. I cattivi, i buoni, le rivelazioni clamorose. Una pagina alla volta». —