Fontana, quelle geometrie piene di vita “svelate” dal maestro della fotografia

Alla Galleria Mazzoli di Modena la retrospettiva con grandi opere e polaroid incorniciate realizzate dal 1961 al 2017

Anche Franco Fontana è ora nella “scuderia” di Emilio Mazzoli dove, tra i modenesi, troviamo Franco Vaccari, Wainer Vaccari, Olivo Barbieri e Franco Guerzoni, autore in settembre scorso della Via Crucis nella chiesa di Santa Maria di Mugnano. La sua entrata è avvenuta in grande stile, in quanto al lavoro del noto fotografo sono dedicati due cataloghi, a firma di Achille Bonito Oliva che si è occupato della ricca produzione di polaroid, e dell’americano Richard Milazzo che ha indagato sulla sua attività, a vasto raggio, nel campo dell’immagine. Due volumi, splendidamente curati, che accompagnano la grande retrospettiva allestita nella galleria di via Nazario Sauro, dove sono esposti, fino all’11 settembre, circa 70 opere, in gran parte inedite, realizzate dal 1961 al 2017.

E proprio le opere degli esordi (Modena, Appennino, Chioggia, Lago di Mantova, Riccione…) manifestano quell’essenzialità di immagine che è la cifra distintiva di tutto il lavoro dell’artista. Il suo sguardo è penetrante e selettivo nella scelta di trame, di articolazioni di intrecci della realtà, nell’esigenza di riqualificazione dei contenuti di vivace ingegnosità e di disarmante candore. Dietro l’immagine si avverte un’esigenza mai appagata, perché Fontana mira a cogliere elementi in grado di istituire una loro inedita armonia, non prefigurata da canoni. E la struttura dell’opera si fonda su una disciplinata articolazione di parti. Ciò accade anche in scene collettive, come l’enorme “popolo” di turisti sulla riviera adriatica, dove le funzioni di altezza e di profondità dell’immagine vengono rapportate a quelle di isolamento e di coralità dei bagnanti.


La rappresentazione è sempre sintesi di realtà. Accade pure negli “asfalti” che si presentano come pitture astratte, lontane dal referente oggettivo. L’impianto, rigorosamente preparato, consente di trovare un linguaggio di indipendenza che nelle scandite configurazione geometriche e nei segni decisivi di distinzione, perviene ad una composizione di totalità armonizzante, interamente personale. C’è da chiedersi quanti siano stati già alla fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta gli imitatori di Fontana. Quello che il modenese otteneva con spontaneità creativa e disciplina stilistica diventava per molti un obiettivo da ottenere attraverso astrusi meccanismi di collage fotografici. E sono anche l’autostrada, i tetti, il Lido delle Nazioni, a garantire l’eccellenza e l’elevatezza dell’immagine. In particolare i paesaggi naturalistici della Basilicata, della Puglia, dell’Adriatico, di Comacchio, della Spagna, del Mare del Nord, del Texas, dell’Emilia, di Modena con la neve, di Viareggio, del Mediterraneo, dove al senso eletto delle forme razionali e meditate in ogni dettaglio si aggiunge un savio gioco di riporti cromatici, nutriti di innesti segnici inattesi, che misurano i ritmi interni dell’opera con sapienza di effetti. Il metodo di analisi diventa più puntiglioso e ravvicinato nelle immagini di New York, Los Angeles, Parigi, Sicilia, Torino, Trinidad, con i particolari anche sconosciuti che innescano pensieri, riflessioni. Si afferma il concetto stesso della complessità che l’artista risolve sul piano formale con elementi apparentemente semplici. Non a caso, Milazzo sostiene che chiamare Fontana “minimalista non è del tutto corretto, visto quanto sono piene di vita le sue opere”.

E l’artista pare il solo ad avvertire il legame profondo che lo unisce al mondo, pur conoscendone la distanza che cerca di annullare con lo sguardo, capace di scoprire qualcosa di profondo e basilare, con un bisogno conoscitivo a cui non si sottrae. Da qui nascono le polaroid presentate, in un’apposita sala. Sono più di 200, realizzate negli anni 1980-1985. Piccole e deliziose, meritano la cornice con cui sono collocate, in gruppo, alle pareti.

Esprimono, con soggetti ampiamente differenziati, una forte volontà anche di comunicazione in un formato non immune dalla fascinazione che Fontana ha saputo quasi promuovere ad oggetto di culto, di elevazione estetica. “La fotografia di Fontana – nota Bonito Oliva – costruisce le sue camere dello sguardo, “Macchine da fermo”, di uno sguardo dall’alto onnipotente e infantile capace di dominare grandi territori dove la vita pulsa nei suoi particolari e dettagli”. —

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