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Modena. «In “Perdere le cose” portiamo in scena F. e la sua storia di persona invisibile»

La compagnia Keplero-452 indaga su identità e diritti Il regista Borghesi: «Sentiremo la voce, non lo vedremo»

L’intervista

Elena Pelloni


“F. Perdere le cose” è il titolo dello spettacolo che andrà in scena oggi, alle 21, ai Giardini Ducali di Modena. Ideato e realizzato dalla compagnia bolognese Kepler-452, ossia Paola Aiello, Enrico Baraldi, Nicola Borghesi e Vincent Longuemare, parla di assenza e di presenza.

In scena ci saranno Tamara Balducci, Nicola Borghesi e un personaggio, F., il quale però non comparirà mai realmente.

«Sentiremo la sua voce, attraverso dispositivi o altri strumenti, ma lui non sarà in scena – spiega il regista Nicola Borghesi - Nessuno lo interpreterà, verranno raccontate cose di lui, ma non lo si potrà né vedere, né sentire direttamente».

«Questo spettacolo - prosegue il regista - nasce proprio da un’esigenza che ci siamo dati: raccontare la sensazione di “perdere una cosa”. E quest’uomo, assieme ai suoi documenti, ha perso buona parte dei suoi diritti».

Nicola Borghesi, come ha fatto F. a diventare il protagonista della vostra storia?

«“Perdere le cose” è il tema d’indagine che ci siamo dati tempo fa. Per molto tempo abbiamo visitato diversi posti scelti sulla base di questo criterio di ricerca. Abbiamo girato cimiteri, negozi che comprano oro, monte dei pegni, con l’idea di trovare qualcuno che avesse perso qualcosa di molto prezioso. A un certo punto, poi, ci siamo imbattuti in un dormitorio per persone senza fissa dimora che si trova a Bologna. Lì abbiamo conosciuto una persona che ci ha catturati con una semplice frase “io sono io”».

Che cosa ha perso il protagonista F. di così importante?

«I suoi documenti. E assieme a loro, molto di più. Tanto che, arrivati ormai a metà della stesura, ci è stato comunicato che a questa persona non si sarebbe potuto sottoscrivere un contratto e che quindi non avremmo potuto farla entrare in scena. Avevamo paura che questo aspetto compromettesse tutto il lavoro: come potevamo fare uno spettacolo senza il suo protagonista? Ecco invece che il nostro tema diventava così ancora più vero, più tangibile. F. non è un Godot. È una persona che ne rappresenta tante altre: invisibili, assenti dal punto di vista normativo eppure presenti. Ci abitano accanto ma, formalmente, non ci sono».

Quindi possiamo dire che il vostro spettacolo parla di due tipi di assenza differenti: quella del protagonista e di uno Stato che permette queste situazioni?

«Sì, c’è una scena in cui si parla proprio di questo. Delle norme, delle leggi e delle regole che consentono situazioni di questo tipo. Ci sono contraddizioni molto forti, perché esistono persone che sono rimaste incastrate in una sorta di limbo normativo, dal quale ufficialmente è impossibile uscire. È un paradosso, come ce ne sono molti altri in Italia».

Frequentandoli, che idea vi siete fatti dei dormitori per le persone senza fissa dimora: sono luoghi di assenza o di presenza?

«Questi luoghi contengono sia assenza che presenza. Già il termine ci parla di un’assenza: le persone che abitano questi posti non hanno un tetto, una casa. All’interno di queste mura comuni, però, si accumulano di fatto delle presenze, le quali normalmente vengono nascoste nelle maglie del tessuto urbano. Per strada, le persone che di giorno o di notte abitano i marciapiedi, le stazioni e gli angoli delle piazze, spariscono dal raggio visuale della massa. Tutti noi passiamo accanto a questi uomini e donne, senza notarli. Questa è una deformazione consegnataci dal capitalismo: vediamo solo chi ce la fa, chi è forte e capace. Gli altri vivono ai margini della società. E i luoghi che abbiamo visitato noi sono luoghi molto intensi, a motivo dell’alterità che li abita».

In caso di maltempo lo spettacolo, parte della rassegna “Giardini d’estate” curata da Ert, si terrà al teatro Storchi. Il biglietto d’ingresso è di 7 euro. —