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«Racconto le Ardeatine perchè il pubblico ha bisogno di scoprire cosa accadde allora»

Ascanio Celestini questa sera a Gombola per Trasparenze con lo spettacolo che ripropone oramai da vent’anni

paola ducci

POLINAGO. “Radio Clandestina -Roma, le Fosse Ardeatine, la Memoria” è lo spettacolo che Ascanio Celestini che quest'anno ha compiuto vent’anni e sarà in scena questa sera, durante l’ultima serata di Trasparenze Festival del Teatro dei Venti nella frazione di Gombola di Polinago. Celestini scrisse lo spettacolo a partire dal testo di Alessandro Portelli “L’Ordine è già stato eseguito” e riflette sulla storia e sulla memoria a partire da uno degli episodi più tragici dell’occupazione nazista in Italia. Ma che valore ha la memoria? Come il passato influisce sul nostro presente? Celestini risponde a queste domande raccontando l’occupazione nazista a Roma, partendo dall’eccidio delle Fosse Ardeatine per dare voce alle migliaia di famigliari e amici colpiti dalla morte delle 335 persone assassinate. Il 23 marzo 1944 i Gruppi d’Azione Patriottica attaccano una colonna tedesca in via Rasella. Il 24 marzo, per rappresaglia, i nazisti uccidono 335 persone in una cava sulla via Ardeatina, dieci italiani per ogni tedesco morto.


«Il racconto della lotta partigiana e dell’occupazione di Roma viene spesso riferito in maniera confusa – scrive Ascanio Celestini –. Soprattutto l’eccidio delle Fosse Ardeatine e l’azione di via Rasella che lo precedette, sono parte di una storia raccontata “al contrario”. Partendo dai materiali pubblicati nel libro di Alessandro Portelli nel mio spettacolo do voce a quella parte orale della storia che ancora racconta quei giorni in maniera viva, diretta e non rovesciata».

Ascanio Celestini cosa intende per racconto di storia viva, diretta e non rovesciata?

«Quella che non si li limita alla narrazione di freddi fatti storici ma è raccontata grazie all’umanità delle persone che l’hanno vissuta in prima persona. Il libro di Alessandro Portelli, da cui ho tratto ispirazione, si fonda su circa 200 interviste a testimonianza che questa non è la storia di quei tre giorni, ma qualcosa di vivo e ancora riconoscibile nella memoria di una intera città: è la storia delle donne che vanno a cercare i loro uomini, delle mogli che lavorano negli anni ‘50 e dei figli e dei nipoti che quella storia ancora la raccontano».

Perché secondo lei a vent’anni dal suo debutto questo spettacolo continua a riscuotere molto interesse e successo?

«Perché la gente ha bisogno di fare memoria in questo modo. Non attraverso freddi fatti storici ma rileggendo gli eventi con la sensibilità dei racconti di chi li ha vissuti direttamente in prima persona o indirettamente. Così la storia vive nel presente e fare memoria attraverso il ricordo delle persone diventa un atto indispensabile per sviluppare un senso critico e vivere con consapevolezza il presente e il futuro. Se per uno storiografo l’avvenimento è circoscritto nel passato, fare memoria significa che le persone ricordano oggi ciò che hanno vissuto in passato rendendolo vivo nel presente e nel futuro».

Ma cosa è per lei la memoria?

«La memoria è come le chiavi di casa. Devo ricordare dove le ho messe ieri perché mi servono oggi che sto rientrando. La memoria è un legame con il passato che ha un senso nel presente. Non è il passato che ritorna per sovrapporsi al tempo che vivo ora. Le chiavi che ho in tasca non evocano il passato, non mi riportano indietro, non provo nostalgia quando le prendo in mano per aprire la porta. La chiave è un oggetto che ha una sua funzione, serve a qualcosa e quando non serve più posso anche buttarla».

Ma secondo lei oggi è davvero capito il valore della memoria? Per i giovani per esempio. Come trova le modalità utilizzate nelle scuole per “fare memoria” di eventi storici passati per esempio?

«Dipende dagli insegnanti e da come affrontano questo percorso. Quello che dobbiamo far capire ai nostri ragazzi fin dai rimi giorni di scuola primaria è che studiare la storia è importante per vivere il presente e il futuro e non per prendere un bel voto con la consapevolezza che il passato non lo cambio mentre il presente e il futuro, grazie alla memoria della storia, beh, quello si. E’ chiaro che si tende a fare memoria di fatti passati dove ci siamo messi d’accordo e abbiamo dato un giudizio unanime, vedi la Shoà, le Fosse Ardeatine e tanto altro mentre si tende ad omettere di ricordare fatti che ancora non hanno ricevuto un giudizio chiaro. Prendiamo il discorso Mafia: non è curioso che i ragazzi non conoscano o dimostrino scarso interesse sulla storia di Peppino Impastato per esempio? E sui migranti? Se se ne parla a scuola c’è sempre il rischio che poi arrivi qualche genitore e dica “è ma qui si fa politica”. Io trovo che chi si occupa di scuola e di formazione debba fare queste riflessioni e abbia il dovere di cercare risposte e modalità nuove. Non si dimentichi però che la memoria è divisiva e per mettersi d’accordo sul giudizio di certi fatti devono passare molti ma molti anni».

E invece cosa ne pensa del fatto che le norme stringenti del Covid siano attribuite da gruppi di persone ad un regime di dittatura denominata sanitaria che viene paragonata al nazismo?

«Sono analogie che eviterei. La ritengo una banalizzazione che non ha alcun senso. Discorsi che si fanno al bar. A me invece in questo momento storico c’è qualcosa che mi preoccupa molto di più: ovvero che dopo moltissimi anni per la prima volta in Italia dalla fine della seconda Guerra mondiale quasi la metà degli aventi diritto al voto di questo paese hanno votato partiti che non si dichiarano anti-fascisti. Attenzione, non ho detto che Lega e Fratelli d’Italia sono fascisti, ma bisogna prendere atto che questi due partiti non hanno mai dichiarato di non esserlo».