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«Siamo soli e smarriti»  A Mirandola uno sguardo religioso e uno laico sulla vita per ritrovarne il senso

Oggi alle 21 all’auditorium Montalcini il dialogo tra mons. Vincenzo Paglia e il sociologo Luigi Manconi

MIRANDOLA. Oggi alle 21 all’auditorium Montalcini di Mirandola, all’interno dei festeggiamenti per i settant’ anni dell’Avis locale, si terrà l’incontro “Il senso della vita. Conversazioni tra un religioso e un pococredente” che avrà protagonisti l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e il sociologo e militante politico Luigi Manconi, autori dell’omonimo libro uscito per Einaudi nel 2021. Un confronto tra due concezioni del mondo distanti e, per certi versi, inconciliabili: una ispirata da un profondo senso religioso, l'altra immersa nella società e nella concretezza delle sue contraddizioni. Di senso della vita, dilemmi, speranza e responsabilità ne abbiamo parlato con i due autori.

Qual è la sfida più grande a cui si trova di fronte, oggi, l'uomo?


M: Restare umano. Nel Mediterraneo negli ultimi due decenni sono morti oltre 20.000 esseri umani. Se l’Italia e l’Europa accettano che questa strage continui e si perpetui, è necessario porsi una domanda: come consideriamo quei naufraghi? Quale statuto di umanità riconosciamo loro? Penso che già si è compiuto un processo di regressione così profondo, in base al quale quei morti e quei dispersi in mare non vengono pensati “come uguali a noi”. Perché, se lo fossero, non ne accetteremmo il destino con tanta imperturbabile indifferenza. Siamo già un po’ meno umani. La sfida più importante è già parzialmente persa. Questo non deve indurre alla resa ma, al contrario, a investire tutte le nostre energie in quella che possiamo chiamare una forma di resistenza umana.

Siamo in una rassegna di volontariato: può il contesto dell'altruismo rappresentare la palestra migliore per concretizzare la possibilità di un progetto comune tra gli uomini?

P: Il volontariato è una risorsa straordinaria, una vita in cui è contemplato il gratuito. La Chiesa stessa è composta da volontari: catechisti, associazioni e movimenti, operatori pastorali nelle parrocchie, siamo tutti in questo senso volontari. La dimensione della gratuità, della disponibilità, dell’attenzione ai bisogni ed alla crescita dell’altro e dell’altra, sono i motori di una umanità nuova e semi di vera speranza. Poi può esserci una dimensione di volontariato in ogni ambito, anche nel lavoro, nella disponibilità a dare di più, a soffermarsi con un gesto, uno sguardo, una parola, umanizzando ogni ambito del vivere quotidiano. L’attenzione all’altro non è mai contrapposizione ma ponte di apertura e dialogo che può sciogliere ogni incrostazione e ideologia.

Come vi ponete su alcuni grandi temi che stanno attraversando il dibattito attuale, come Ddl Zan e il referendum sull’eutanasia?

P: Si tratta di grandi sfide perché siamo di fronte a un cambiamento profondo di mentalità che attraversa la società civile italiana. La Chiesa non impone soluzioni a nessuno. Sono finiti quei tempi e da tantissimi anni. La Chiesa accompagna l’umanità, invita a riflettere sul valore della vita anche quando è debole, sulla dignità di ogni persona umana comunque essa sia, sul significato del matrimonio tra un uomo e una donna per l’indispensabile dimensione generativa, sul valore dell’accoglienza a tutti, dell’accompagnamento a tutti, e sulla ingiunzione di non togliere la vita a nessuno. E grande deve essere l’impegno alla formazione delle coscienze.

M: Penso che porre fine alla propria esistenza sia comunque un fatto tragico, ma si tratta di una opzione con la quale è necessario fare i conti. Ci si può trovare, cioè, in una condizione estrema dove il dolore risulti intollerabile e non lenibile, e dove il decadimento del corpo e dello spirito non consenta più alcuna forma di vita di relazione. Penso che l’autodeterminazione rappresenti un principio irrinunciabile, ma - attenzione - l’indipendenza dell’individuo non significa solitudine e isolamento. Il principio dell’autodeterminazione si afferma all’interno del sistema delle relazioni sociali: quando queste si rivelano incapaci di sostenere le ultime fasi della vita, è allora che l’autodeterminazione può condurre a spegnerla, quella vita.

Nella ricerca del senso della vita, quanto peso hanno le parole "perdono" e "smarrimento"?

M: Il ricorrere al perdono equivale a ricordare la presenza del male nei rapporti sociali e in ciascuno di noi. Si deve concedere il perdono e si può chiedere il perdono a partire dalla consapevolezza della nostra fragilità e della nostra inclinazione a commettere il male. La tendenza è attribuire il male a uno schieramento (partito o ideologia o confessione religiosa) opposto al nostro o a un individuo che il male segna in maniera totale e definitiva. Laddove, al contrario, va riconosciuto come quel male sia presente e diffuso all’interno del nostro schieramento e, ancora più difficile da ammettere, in ciascuno di noi. Ma se si riesce a realizzare questa opera di autoanalisi, conseguirà che, dal male, si potrà uscire solo riconoscendolo e chiedendo indulgenza per la nostra debolezza e riconciliazione con chi ne è stato vittima.

P: Il Vangelo ci dice che siamo poveri e anche peccatori, ma Dio si china su di noi (il samaritano) per darci il perdono ancor prima che lo chiediamo. Quel che ci manca è la consapevolezza del nostro peccato: in genere tutti abbiamo una notevole considerazione di noi stessi (chi non conosce l’orgoglio?). Si potrebbe dire che è la radice di quell’individualismo che ha come smembrato il senso del “Noi”. Soli e quindi smarriti. Uno smarrimento ch’è ancor più forte in un mondo troppo grande, globalizzato. Il Vangelo ci parla del perdono, ma non tanto come umiliazione. Ma come lo sguardo di Dio che, conoscendo il nostro smarrimento, ci viene incontro per abbracciarci. E noi cosa dobbiamo fare? Lasciarci abbracciare.

Ingresso libero con prenotazione obbligatoria. Info: 3356844454.