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Modena e Mirandola: Arriva Orietta Berti la regina dell’estate «Dalla “Barca” a “Mille” sempre divertendomi»

Martedì concerto a Modena, il 13 presenta il libro a Mirandola «Questa città l’ho nel cuore: qui hanno aiutato mio figlio»

MODENA Con la hit “Mille” incisa insieme a Fedez e ad Achille Lauro, è la regina indiscussa del tormentone dell’estate 2021. La cantante Orietta Berti (pseudonimo di Orietta Galimberti), nata 78 anni fa a Cavriago (Re), sta vivendo una seconda giovinezza di successo e la vedremo in concerto a Modena alla Festa de l’Unità il 7 settembre e all’auditorium R. L. Montalcini a Mirandola il 13 settembre ore 21 per presentare il suo libro “Tra bandiere rosse e acquasantiere” (Rizzoli 2020), all’interno dei festeggiamenti per i 70 anni di Avis Mirandola. Con oltre 16 milioni di dischi venduti, la Berti è stata tra le principali protagoniste della musica italiana negli anni ‘60-‘70 e ‘80 e con il ritornello “Labbra rosso Coca Cola” continua a imperversare conquistando tutte le età. Cinquantacinque anni di carriera, 14 festival di Sanremo compresa la partecipazione di quest’anno, dischi d’oro e di platino e una traccia indelebile nel mondo musicale e in quello televisivo, Orietta Berti è un vulcano di energia e la intervistiamo tra una tappa e l’altra del suo tour estivo, in attesa di accoglierla nel modenese.

Orietta, come e quando ha scoperto di avere una voce meravigliosa?


«A Cavriago, il mio paese di origine, tutti gli anni gli studenti facevano una rivista che conteneva dei testi ironici dove cambiavano le parole alle canzoni scherzando sulla comunità del nostro paese, chi scappava con la moglie di un altro, chi aveva aperto un negozio che non andava bene, chi aveva un ristorante dove si mangiava male. La mamma mi mandava spesso alla Casa del Popolo, luogo ricreativo dove c’era sempre qualcuno che ti aiutava a fare i compiti se avevi bisogno; lì c’erano i giradischi, si imparava a cantare e si ballava e si riuniva la redazione della rivista. Un anno partecipai anch’io, avrò avuto 13 anni, c’era un maestro che mi insegnò a cantare i testi di quelle canzoni divertenti a cui avevano cambiato le parole e mi disse che avevo una bella voce, che dovevo andare a scuola di canto. Mio padre, che aveva la mania del canto lirico, rispose: ‘Quando sarà più formata di voce, andrà a fare la soprano!’. Io ero molto timida fuori dal mio ambiente e non mi usciva la voce. Dicevano a mio padre: ‘Sig. Galimberti, non spenda dei soldi che qui non ci caviamo niente, è stonata!’. Ma il mio papà non si diede per vinto, studiai canto e il resto lo sapete già».

Com’è il suo rapporto con lo scorrere del tempo?

«Il mio lavoro è meraviglioso perché non ti fa mai sentire gli anni addosso. Sempre collaboratori nuovi, energia nuova, sono 55 anni che canto e ho sempre avuto musicisti meravigliosi e preparati al mio fianco. L’importante, in questo mestiere, è dare fiducia e retta ai propri collaboratori, perché non è un lavoro che si fa singolarmente, se uno vuole avere successo nel tempo il segreto sta nelle collaborazioni. Io, poi, ho sempre lavorato discograficamente con persone straniere e questo mi ha aiutato tanto ad avere la giusta prospettiva e a resistere nel tempo. Una volta c’erano le Canzonissime, la gente si affezionava al cantante, lo votava, poi Sanremo, Il disco per l’estate, La gondola d’oro, Festivalbar… La nostra musica italiana andava in tutto il mondo, ora lo scenario è completamente cambiato anche se ci sono dei ritorni al passato tipo il vinile da collezione che anche nel mio caso sta andando tantissimo».

A proposito di collaborazioni che funzionano, com’è stato lavorare con Fedez e Achille Lauro?

«Achille è tanto che lo conosco, abbiamo lo stesso stilista, Nick Cerioni. Fedez lo conoscevo indirettamente perché è famoso, l’ultima serata di Sanremo di quest’anno mi ha detto: ‘Orietta sto preparando una canzone per l’estate, se vuoi cantarla con me te la faccio ascoltare e se non ti piace te ne faccio un’altra’. La canzone mi è piaciuta subito, si è unito Achille e abbiamo girato il video di “Mille” in una villa appena fuori Roma con le palme alte come a Los Angeles, ci siamo divertiti».

Della musica di oggi cosa ne pensa, la ascolta?

«Sono amica dei Maneskin, mi piace molto il rock italiano che fanno loro. In genere, ascolto tutta la musica dei giovani perché voglio sapere chi sono. Penso che ci siano poche personalità, una volta quando ascoltavi un cantante capivi già dalle prime note chi era. Adesso si fa più fatica a distinguere le voci. Tra le cantanti, Francesca Michielin si distingue dalle altre. Non dobbiamo scimmiottare la musica straniera, il mondo vuole da noi il nostro canto italiano. Un consiglio che do ai miei colleghi più giovani è di essere molto più personali, loro cantano in italiano come se cantassero in inglese ma non c’è personalità, perché la dizione è completamente diversa».

Qual è stata fino ad ora la soddisfazione più grande della sua carriera?

«Ho fatto tante cose in televisione, nelle manifestazioni, ho venduto tantissimi dischi, “Quando la barca va” da sola ha fatto nove milioni di dischi. Oggi si parla solo di “Mille” dimenticando “Via dei ciclamini”, “L’altalena”, “Non illuderti mai”, canzoni che hanno venduto tantissimo e sono state tormentoni dell’estate per non parlare di “Tipitipitì” che è stato tormentone dell’inverno. Con “Tu sei quello” ho venduto un milione di dischi in una sola estate. Però devo dire che alla mia età, essere prima dappertutto è davvero una grande soddisfazione e devo solo ringraziare Achille e Fedez per avermi coinvolto. La diversità che ci caratterizza incuriosisce il pubblico e la canzone ha una tonalità che la possono cantare davvero tutti, uomini donne e bambini».

Qual è il suo rapporto con Modena?

«A Modena è stato operato uno dei miei figli e ringrazio ancora l’ospedale di Baggiovara, medici, paramedici, infermieri, tutti bravissimi e di una gentilezza unica. Ho anche collaborato con loro a titolo di beneficenza».

A cosa si sente di essere più grata nei confronti della vita?

«Ai miei genitori, che mi hanno insegnato a vivere senza illusioni, perché la vita va presa con la realtà. Mi hanno allevato con i piedi per terra e con la testa che lavorasse bene rispettando tutti, perché quando si rispettano gli altri, si rispetta anche se stessi. Mi hanno insegnato a rispettare prima di tutto le persone più anziane, a volergli bene. Perché quando si diventa anziani si diventa fragili come i bambini e c’è ancora più bisogno dell’affetto di chi ti sta accanto». (laura solieri)