Modena, Elio canta l’umanità di Jannacci: «Un talento che raccontava gli ultimi»

«Sono cresciuto con le sue canzoni, è come un parente. Merita un posto tra i grandi cantautori»

Qualche volta, pur trovandosi a pieno titolo nel novero degli eccentrici – con buona pace di pubblico e critica per una volta perfettamente d’accordo fra loro – tocca confrontarsi con un artista che dell’eccentricità ha fatto un’arte. Poetica, bizzarra e anticonformista, espressa con un’umanità sorprendente, comica e tragica insieme.

Elio, quello di «Elio e le Storie Tese», domani alle 21, all’Arena del Lago della Festa dell’Unità di Modena, conclude una lunga e fortunata tournée estiva sulle tracce del suo mito e nume tutelare, con lo spettacolo «Ci vuole orecchio». Canta e recita Enzo Jannacci. Lo spettacolo - drammaturgia e regia di Giorgio Gallione, arrangiamenti musicali di Paolo Silvestri, light designer Aldo Mantovani, scenografie Lorenza Gioberti, costumi Elisabetta Menziani - è fatto per scoprire, di nuovo, Jannacci. Sul palco, insieme a Elio, cinque musicisti: Seby Burgio al pianoforte, Martino Malacrida alla batteria, Pietro Martinelli al basso e contrabbasso, Sophia Tomelleri al sassofono, Giulio Tullio al trombone. «Giovani, bravissimi e appassionati», secondo l’artista.


Chi era Enzo Jannacci? È stato definito come l’artista che meglio di chiunque altro ha saputo raccontare la Milano delle periferie degli anni ‘60 e ‘70, l’inventore di un teatro dell’assurdo popolato da personaggi picareschi e borderline: barboni, tossici, prostitute, ma anche cani coi capelli o telegrafisti dal cuore urgente. La «Roba minima», come la chiamava lui.

Jannacci era davvero un Buster Keaton della canzone?

«Per me è sempre stato una specie di parente. Era in classe con il mio papà che mi ha sempre raccontato di lui. Fin da piccolissimo ho ascoltato la sua voce, sono cresciuto con le sue canzoni e ho imparato che era tante cose, comico, malinconico, tragico. Raccontava gli ultimi con un registro unico, con una straordinaria originalità. Mi sono sempre chiesto a chi si sia ispirato».

Chi non ride non è una persona seria… Cos’è la comicità?

«Non so cosa sia, non potrei definirla. Anche perché ciò che fa ridere è molto soggettivo. Ma so quanto sia importante. Molto più importante di quello che si dice, si pensa, si scrive. Considero chi mi fa ridere come un benefattore e sono sempre stato grato a chi mi ha fatto ridere».

Ingegnere, artista, leader di un gruppo musicale che del milieu assurdo e surreale ha fatto un genere, giudice, e ora «filosofo assurdista» alle prese con il suo mito…

«Porto in giro questo spettacolo perché sono convinto che, a torto, Enzo Jannacci non sia stato collocato nel novero dei cantautori più importanti, come in effetti merita, almeno in Italia».

Perché ci vuole orecchio?

«È una metafora. Significa che, soprattutto per vivere, serve sensibilità, occorre intuito. Ora come allora, quando questa frase, questa canzone, è stata scritta».

Lo spettacolo è un po’ circo un po’ teatro canzone, una festa cui non mancano Umberto Eco a Dario Fo, Francesco Piccolo, Marco Presta, Michele Serra…

«Fra una canzone e l’altra recito e leggo contributi di questi autori, che spezzano la narrazione musicale e aiutano, soprattutto chi per ragioni anagrafiche o altro non ha conosciuto il lavoro di Jannacci, a comprenderlo».

Ci sono, qua e là, personaggi dolenti, clown tristi e inadeguati. Solo «chi ha perso il ritmo – per dirla con Jannacci – si deve ritirare».

«Anche qui si tratta di una metafora, la presa in giro di un atteggiamento negativo di chi vorrebbe vedere tutti andare allo stesso passo. Mentre sappiamo che non è possibile e che è proprio nella diversità che è custodita la vera, la grande, bellezza».

La musica, anzi l’invenzione anarchica musicale, e poi la tv, la radio, il teatro, il musical. E domani?

«Ho la fortuna di fare tantissime cose, anche molto diverse e lontane fra di loro. Anche quest’anno, a parte la tournée che continua in teatro il prossimo autunno, ho già un programma piuttosto pieno e riuscirò, nonostante il Covid, con le difficoltà che questa pandemia comporta, di organizzazione, gestione e programmazione, a fare spettacolo».

Hanno scritto che Enzo Jannacci, scomparso nel 2013, era uno che sapeva andare al cuore delle persone perché ci metteva direttamente le mani. Chi era, per lei, Jannacci?

«Un uomo di talento, ricco di una umanità profonda, cui forse anche la professione di medico ha consentito di aggiungere quella percentuale di valore in più, il quid che sfugge al talento altrui e che come per magia, ancora oggi, è di scena».

In programma brani come «La luna e una lampadina», «L’Armando», «El purtava i scarp del tennis», «Ci vuole orecchio», «Silvano», «Faceva il palo», ma anche «Parlare con i limoni», «Quando il sipario calera». Perché, secondo Elio, «c’e Jannacci comico e quello che ti spezza il cuore di «Vincenzina» o «Giovanni telegrafista», risate e drammi. Come e la vita: imperfetta. E nessuno meglio di chi abita nel nostro paese lo sa».

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