Contenuto riservato agli abbonati

Modena, in arrivo allo Storchi. «Grazie alle mie Farfalle conosco meglio l’universo femminile»

Il regista Emanuele Aldrovanti racconta la genesi dello spettacolo in scena da martedì al teatro Storchi con Bruna Rossi e Giorgia Senesi

andrea marcheselli

Giunge a Modena, dopo l’esordio a Bologna ad inizio del mese, “Farfalle”, lo spettacolo di Emanuele Aldrovandi prodotto da Ert, Teatro dell’Elfo e Associazione Teatrale TeatriVivi, in scena al teatro Storchi dal 21 al 26 settembre (ore 21; sabato alle 19; domenica alle 16) con Bruna Rossi e Giorgia Senesi come interpreti. Il testo, vincitore del Premio Hystrio nel 2013 e del Mario Fratti Award 2016, è stato tradotto in diverse lingue, fra cui l’arabo, come ci ha raccontato lo stesso Aldrovandi, che abbiamo incontrato per l’occasione. «Il premio americano” - ci ha detto l’autore/regista dello spettacolo, fresco vincitore del Nastro d'Argento col cortometraggio "Bataclan"- ne ha consentito la messa in scena in un teatrino Off-Off Broadway, con regista americano. Si può dire, insomma, che abbia già avuto una propria vita extraeuropea. Mi pareva allora il momento di proporlo anche in Italia, dove ho trovato Ert e l’Elfo-Puccini come produttori. Avrebbe dovuto debuttare la scorsa stagione, ma per i noti motivi la prima è stata rimandata ad inizio settembre all’Arena del Sole. Protagoniste sono due donne che, nel racconto della loro storia, interpretano anche altri personaggi della loro vita, compresi ruoli maschili, in un gioco attoriale ove si divertono a fare i genitori, i mariti, gli amici che hanno incontrato nella loro esistenza»


Ci sono state complicazioni ad entrare nella psicologia delle protagoniste?

«Non posso negarlo. Quando l’ho scritto era la prima volta che mi misuravo con simili figure femminili, e ho dovuto studiare parecchio un cosmo a me semisconosciuto, chiedendo aiuto pure a quella che poi, nonostante tutto, è diventata mia moglie, che ho sottoposto a una notevole prova di amore nei miei confronti. Si tratta della storia di queste due donne che tocca anche tematiche squisitamente femminili come il rapporto tra sorelle, la maternità; sono dovuto dunque uscire da quella che era la mia esperienza per riuscire ad entrare in quell'altro universo. Tengo però anche a dire che si tratta di una commedia, sotto molti aspetti. C’è chi ha definito Farfalle una favola nera, in realtà non è così diverso da mie opere precedenti in cui in effetti si fondono elementi del tragico con quelli del comico».

Sono rimasti punti di contatto con la precedente versione americana?

«Quella era diversa sotto certi aspetti: ad esempio, i due personaggi vanno dai venti a quarantacinque anni, e la cosa buffa è che il regista americano aveva scelto due attrici ventenni, io invece ne ho scelte due quarantacinquenni, che raccontano la loro storia dal punto di vista finale, mentre in Usa avveniva l’esatto opposto. Poi, era molto diverso a livello di approccio visivo. Ho deciso di farlo differente perché più aderente alle indicazioni del testo, loro avevano effettuato modifiche di ambientazione per adattare l’opera al contesto statunitense».

Come ci si sente rispetto al fatto di affidare ad altri l’allestimento di una propria opera?

«Io sono dieci anni che scrivo e ho sempre lavorato con altri registi; questa è la mia prima regia di un mio testo; ho fatto dei cortometraggi cinematografici, come "Bataclan", sto facendo un lungo, ma io continuerò ad affidare i miei testi ad altri registi. Secondo me non è poi così diverso, perché in fondo anche io l’ho approcciato come se lo avesse scritto un altro. Ad esempio, siccome è passato tanto da quando l’ho scritto, ho cambiato alcune scelte registiche. Il vantaggio di averlo messo in scena direttamente io è che non c’è il rischio che non lo capisca; quando un regista capisce di cosa parli un testo, ed è bravo nel suo mestiere, trova sempre delle belle idee per farlo funzionare. Io ho avuto la fortuna di lavorare con registi bravi che hanno capito il senso dei miei testi, hanno inteso quale ne fosse il nucleo e lo hanno restituito con la loro sensibilità. Alla fine è sempre bello vedere come un altro reinterpreti ciò che hai scritto tu. Il rischio, è che uno in realtà non lo capisca oppure lo usi come un pretesto per fare qualcosa di diverso; questo invece può divenire frustrante».