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Festival Memoria, Mirandola. «Quei geni di Pico e Dante distanti tra loro due secoli ma vicini nel pensiero»

Andrea Severi, ospite del Festival Memoria, metterà in parallelo le due figure «Il mirandolese rispetto a Petrarca avrebbe sicuramente scelto il sommo poeta»

MIRANDOLA. Prodigiosa fu la memoria di Giovanni Pico della Mirandola. Recitare a braccio l’intera Divina Commedia? Una bazzecola per colui che ne sapeva declamare i 14233 versi dal primo all’ultimo e dall’ultimo al primo in egual scioltezza.

«Tenete presente che ogni umanista era una biblioteca loquens per antonomasia. Ciò non toglie che, con la dovuta tara all’aneddotica, la memoria di Pico fosse davvero formidabile». Così Andrea Severi, studioso di letteratura umanistica e rinascimentale in carica al dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’ateneo di Bologna. Domenica alle sette di sera, in occasione del Memoria Festival di Mirandola, il ricercatore cui si deve, tra l’altro, l'edizione critica delle ecloghe di Battista Spagnoli Mantovano, indosserà gli scomodi panni di funambolo sul filo teso “Tra Pico e Dante”.


«Dante Alighieri e Giovanni Pico della Mirandola sono tra le figure più significative della nostra cultura. Il primo per quanto riguarda la letteratura italiana, il secondo in ambito filosofico. Due figure molto diverse sia per epoca ed ambiente sia per interessi. Pico nasce a due secoli di distanza dal sommo poeta, ossia in pieno Rinascimento, anche se non tutti in proposito concordano – sottolinea Severi – ed è tra i primi a parlare e scrivere un numero elevatissimo di lingue differenti. Il suo orizzonte culturale è smisurato, cosa che non si può affermare del fiorentino esiliato. Eppure tra Pico e Dante esiste un punto di contatto certo non trascurabile».

Ossia una comunione di sentimento che Andrea Severi chiama teologia poetica. «Entrambi erano infatti convinti che la poesia non fosse soltanto mero intrattenimento quanto piuttosto primigenia forma di comunicazione. La sola in grado di rivelare la più profonda verità».

Nato nel 1463 Giovanni Pico dei conti della Mirandola e della Concordia fu assiduo ospite di Firenze dove strinse forti legami con umanisti del calibro di Marsilio Ficino e di Poliziano nonché con il Magnifico signore della città, al secolo Lorenzo de’ Medici. «Con Lorenzo, che grazie all’aiuto di Poliziano aveva dedicato a Federico d’Aragona la prima antologia di poesie il cui incipit era appunto Dante, la storia della letteratura italiana raggiunge il suo culmine. Ed è proprio a Lorenzo de’ Medici che nel 1484 Pico, allora ventunenne, scrisse la celebre lettera in cui lodava la poesia del signore di Firenze in quanto summa dei “vostri” (e con vostri Pico intendeva “di voi fiorentini”) maggiori poeti, ovvero Dante e Petrarca. L’uno inarrivabile in termini di contenuti, l’altro eccelso nella forma. Mi preme ricordare che l’edizione critica delle Lettere di Giovanni Pico della Mirandola è a cura di Francesco Borghesi, professore di letteratura italiana alla University of Sydney».

Verso quali dei due “mostri sacri” si dimostrava più incline l’autore della lettera indirizzata al Magnifico?

« Pico, che ai tempi era un giovane poeta ancor prima che un filosofo, posto di fronte ad una scelta avrebbe senza dubbio optato per Dante, creatore di un genere letterario del tutto inedito. Che lui, al contrario di numerosi suoi contemporanei, apprezzava senza remore. Buona parte degli umanisti ebbe invece con Dante un rapporto piuttosto controverso. A cavallo tra Trecento e Quattrocento prese infatti piede un filone anti-dantesco che si nutriva dei tanti pregiudizi di cui l’umanesimo non era certo scevro. Eppure gli umanisti più raffinati percepivano nella poesia di Dante qualcosa di straordinario ed erano anche pronti a riconoscerne la virtù nonostante l’uso del volgare. Nella lettera dedicata a Lorenzo il Magnifico, al di là delle ragioni della piaggeria, Pico propone una serie di distinguo stilistici che dimostrano una sensibilità fuori dal comune».

Severi ricorda anche che esiste un mistero irrisolto nella vita di Dante: il ritorno alla poesia. «Perché dopo averlo abbandonato per anni Dante recupera l’estro poetico e si inventa la Commedia? Nessuno è in grado di rispondere ad una simile domanda, galleggiamo nel mare delle ipotesi. Lo stesso dicasi per tanti aspetti che riguardano la vita del sommo poeta di cui in realtà sappiamo ben poco. I nostri buchi in proposito sono impressionanti e tali rimangono nonostante le infinite disquisizioni che si sono avvicendate nell’anno a lui dedicato. No, non conosciamo il momento preciso in cui ha iniziato a scrivere la Commedia. Ma la domanda fondamentale, e qui mi ripeto, è sempre la stessa: perché è ritornato alla poesia?». Dubitiamo che Andrea Severi possa arrivare a Mirandola con la risposta sulla punta della lingua.