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Capossela torna a Modena con il suo libro, dalla musica al lunario «Eclissica, storie visibili e invisibili»

«Un diario di quindici anni della mia vita suddivisi per lampi, tra cui il modenese “Non fare la vecchia”»

MODENA Che cos'è un'"Eclissica" (Feltrinelli), che dà il titolo al nuovo libro di Vinicio Capossela? Una ellittica sulle rotte mancate? Una ellissi sulle epoche della vita? L'autore lo presenta al Forum Monzani a Modena oggi pomeriggio alle 18 in dialogo con Marco Miana e definisce questo libro un lunario, un abecedario, un diario di bordo, una narrazione del visibile e dell'invisibile.

In queste pagine troviamo 15 anni della sua vita, dal 2005 al 2020, scanditi da lampi, bagliori e dai suoi dischi più famosi come “Ovunque proteggi” e “Marinai, profeti e balene”.


Vinicio Capossela spia le stagioni attraverso le crepe, il prodigio, i fallimenti che permettono la creazione e, da artista che pone ostinatamente la sua opera fuori dalla dittatura dell'attualità, finisce per esserne fra i più acuti osservatori. Cantautore, ri-trovatore, immaginatore, ha pubblicato undici album di canzoni e, tra gli altri, il recente libro in forma di EP “Bestiario d’amore” (La Cupa/Warner Music, 2019): lo abbiamo incontrato in anteprima per saperne di più del suo ultimo libro. E per tornare su alcuni passaggi della sua vita, che lo hanno spesso visto a Modena , città in cui ha tanti ricordi, a cominciare da quelli legati al mondo della scuola. È stato infatti uno studente dell’istituto Fermi.

Capossela, in questi 15 anni raccontati in “Eclissica”, cosa è cambiato nella sua vita di artista e di persona?

«La mia vita di artista si confonde con la vita personale che è cambiata come il mondo che ci circonda. Nel 2005 stavo cercando di fare un lavoro sul sacro, sulle scritture, sulla Grazia, vivevo una stagione di fame; poi, ci sono state varie tappe fino ad arrivare al momento in cui tutto quello che si è cercato e trovato va visto nel mezzo di un’eccezione, di un senso di sospensione. Non è un tragitto compiuto quello che troverete qui, è piuttosto la storia dell’interruzione di un tragitto».

Come ha coltivato la solitudine e la serenità in questi anni?

«La solitudine può essere connessa con la serenità se non si traduce in isolamento che è una condizione che genera ansia. Nel mio caso, sono un po’ come una fisarmonica che per suonare ha bisogno di aprirsi e chiudersi. C’è continuamente bisogno di questa apertura e chiusura e la solitudine è il movimento in battere del levare della moltitudine, sono due movimenti che vanno insieme.

La serenità la conosco solo a tratti, sono segnato dalla voracità e dall’inquietudine. Quello che si conquista con il tempo, più che la serenità, è la consapevolezza della propria natura e ci si fa meno la guerra, si sa come si è fatti e si smette di andare contro se stessi.

Quello di cui parla Eclissica è una condizione in cui più che la solitudine vale il tema dell’isolamento e della sospensione, in cui si può anche avere una sensazione di temporanea serenità che si genera quando non si è più totalmente responsabili del proprio destino, perché ci sono eventi a cui uno si deve adattare».

In questo libro c’è tanto mondo, i suoi tour in giro per l’Italia, le trasferte oltreoceano, tante contaminazioni musicali. Qual è il posto dove si sente più a casa?

«Qui ritorna il vecchio tema a me caro di nomadismo e sedentarismo; in tedesco esiste una parola molto efficace che indica quel senso di casa che non è necessariamente collegato alla famiglia, né al sangue né al suolo patrio ma piuttosto una disposizione a trovare quella casa ad esempio nel suono di un pianoforte o in cose mobili.

Penso che una volta che si condivide un immaginario, questo può rivestire qualsiasi luogo, come Itaca, che è un posto definito ma è anche il posto che regala il viaggio, la riconosci in giro per ogni dove. In questo senso siamo post moderni, cioè completamente delocalizzati».

I capitoli di questo libro sono suddivisi per “lampi”, in contrapposizione al buio dell’eclissi.

Qual è l’incontro più fulminante che ha voluto raccontare qui dentro?

«Nel libro ci sono riferimenti a eclissi storiche che hanno segnato gli eventi, i lampi invece si riferiscono alla fase artistica di vita che coincide con quel lampo. Si spegne la luce e si accende il lampo del ricordo e la vita arriva a bagliori e istanti che si illuminano come momenti infiammabili. Di incontri fulminanti ce ne sono moltissimi in queste pagine.

C’è un capitolo che si chiama “Non fare la vecchia” che si svolge a Modena; nel diario che abbiamo tenuto nella tournée di Solo Show ad ogni città in cui siamo stati viene dedicata una pagina, materiale che poi è stato utilizzato per il libro.

In questa città, c’è stata un’interessante galleria di incontri che hanno avuto tutti un ruolo infiammabile nella mia vita, per esempio quello con il pianista Luciano Bruni (l’espressione “non fare la vecchia” l’ho presa da lui che la usò una volta riferendosi a quelli che fanno finta che il tempo non passi); con il contrabbassista Enrico Lazzarini, con il giornalista Alberto Nerazzini al cui Dig Festival sono molto legato».

Lei infatti è molto legato all’Emilia: è residente a Scandiano ed è cresciuto a Modena...

«Si, a Modena è dove ho fatto le scuole superiori, il Fermi indirizzo Chimica, ho baciato la prima ragazza e dove ho suonato la prima volta. La mia prima famiglia in musica è stata in questa città».

A proposito di eclissi, è per la luce o per l’ombra?

«Una non esiste senza l’altra, l’ombra ha bisogno di un corpo, di qualcosa di materico che siamo noi stessi e di una luce. Soltanto la luce può generare l’ombra ed è in questo dialogo che si svolge la nostra esistenza, tra conscio e inconscio, e la musica serve anche a mettere in luce i luoghi d’ombra che appartengono di più all’inconscio, al linguaggio poetico, alle sensazioni, alla bestialità. Un’eclissi è esattamente questo rapporto tra buio e luce, siamo in ombra perché si è interrotta temporaneamente la luce ma dobbiamo averla conosciuta, la luce».

Come è stata la sua eclissi pandemica?

«Come Geppetto nella pancia della balena: non è tanto cosa succede quando sei nella pancia ma come ne vieni sputato fuori».