Sergio Padovani a Milano espone la sua pittura sacra e visionaria

Michele Fuoco

Nato come musicista, Sergio Padovani ha trovato nella pittura la sua vera vocazione creativa, tanto che viene considerato tra i più originali artisti del nostro tempo, per quella sua nuova figurazione, capace di coniugare la certosina operatività dei maestri fiamminghi e l’azzardo compositivo dei contemporanei, per l’impiego di materiali anche poveri, come bitume e resine. E la mostra “I folli abitano il sacro” alla Fondazione Stelline di Milano, fino al 24 ottobre, si connota di misticismo con sconfinamenti illusori, fantasmi d’ombra. La pittura è per l’artista modenese conoscenza ma anche perdizione. Padovani conferisce all’opera una tensione religiosa, di sacralità, ma la carica di sensi arcani, di un’ansia anche metafisica, la conduce a luoghi fantastici, alla sorgente della visione. Tutto è risolto e dissolto nel segno e nel colore che racchiudono un universo incantato e terribile. Quelle creature di dissolvenza, di fatalità, si sentono immerse, con spavento o con gioia, nel flusso infinito del divenire, del mutarsi, della fugacità che divora senza posa. Padovani avverte il bisogno di guardare oltre la falsa misura dell’apparente, con l’ardore della conoscenza interiore; l’arte che riesce a garantire la coscienza di resistere alla condizione di disperazione, di angoscia, ma non di evadere dalla prigione di tenebre. Per questo l’artista non ha mai cessato di tessere legami misteriosi, alchemici, magici, forse indecifrabili, tra la vita e la morte, il presente e il passato, il sogno e la realtà materiale. A ciò fanno pensare le sue opere (ne presenta 26 nella mostra milanese, a cura di Pierluigi Panza): dalle “Scene misteriose per palazzi tenebrosi” a “La danza macabra”, da “La Deposizione nera” alla “Pala dei peccatori”. Per la sua capacità di traghettare nella contemporaneità quelle visioni primigenie che stanno all’uomo fin dall’origine del mondo, Padovani chiama in causa, secondo la critica, echi fiamminghi e suggestioni medievali, il visionario e surreale Hieronymus Bosch, o il caleidoscopico e tortuoso Bruegel il Vecchio. «L’autore attinge alla grottesca e complessa animosità dei fiamminghi, e cuce storie alle storie; al contempo propone una tensione ieratica che fissa l’azione scenica nella tela, in un eterno qui e ora. In questa dimensione dell’eterno si inserisce il sacro, tema particolarmente caro all’artista».