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Modena Oggi  il fotografo Chiaramonte al Poesia Festival: «La fotografia come scrittura della luce»

«L’occhio mette a fuoco ciò che nel mondo non va». Con Ghirri fondò, nel 1978, la casa editrice “Punto e Virgola” 

Un lettore vorace di poesia. Così si definisce il fotografo Giovanni Chiaramonte che nella prima giovinezza ha letto Montale, Sereni, Caproni, Pasolini, e nel 1974 ha accompagnato, in una mostra, le immagini con suoi brani poetici. Ma lui non si considera poeta. Nessuna pubblicazione, se non quella di “haiku” che “mi sono arrivati nella mente e nel cuore, nell’anno di immobilità a letto. E nel 2018 gli amici mi hanno fatto il dono di pubblicarli, ma li ha letti, prima, il poeta Umberto Fiori a cui devo l’ introduzione. Fiori è tra i poeti (Cucchi, De Angelis, Doninelli, Raboni, Rondoni) con cui ho collaborato nel 2000, alla Triennale, con l’opera “Milano”. L’haiku è una forma breve con metrica ben precisa che mi ha costretto alla disciplina. Sono appassionato della cultura orientale. Non credo che oggi si possa ignorare il Buddismo che è stato una dimensione operante dentro la mia vita”. E su “Poesia, immagine, fotografia” Chiaramonte dialogherà oggi, alle 17, in San Paolo, con Michele Smargiassi.

Lei ritiene che la fotografia “scrittura della luce, specchio della memoria, si sia sempre mossa tra viaggio e visione”. In che senso?


«E’ dal viaggio che nasce la grande avventura della letteratura occidentale. La fotografia, sin dall’inizio, ha il compito di documentare i grandi viaggi degli occidentali nel mondo, a metà 800 al tempo del colonialismo. Ma c’è pure una dimensione della fotografia dentro la visione, la straordinaria lettura della trascendenza dello sguardo che fa sì che l’immagine dell’artista fotografo scenda in profondità, sia sentimento del cuore, pensiero, conoscenza e autocoscienza di chi la guarda. La grandezza della fotografia risiede nella scrittura che tutti possono comunicare».

La sua esperienza della realtà delle cose e dell’uomo?

«Un’esperienza drammatica, perché l’immagine che proietta l’obiettivo è diversa da quella che nel cuore abbiamo del mondo. Quindi l’atto del fotografare è sempre un dramma per l’artista perché l’occhio della macchina mette a fuoco ciò che nel mondo non va, non è in ordine, è in rovina».

Cosa porta, nella sua fotografia, della vita e cultura siciliana?

«Lo sguardo di un siciliano, come me che è stato nella casa di famiglia, porta un indice di realismo, perché la cultura siciliana è quella della luce e del lutto, per dirla con Gesualdo Bufalino. Una cultura che ha a vedere con il lutto per qualcuno che amiamo. Nella sua autobiografia, nel 2009, Richard Avedon, maestro di moda, vissuto nei circoli culturali a New York, inizia con foto scattate in Sicilia. Al mondo dei vivi, della bellezza di Marilyn Monroe, del presidente Kennedy, dei Beatles unisce immagini della Cripta dei Cappuccini di Palermo, nei corpi disfatti dal sonno della morte. Un indice assoluto di realismo che è anche in Bufalino e Pirandello, la cui parola si confronta con il visibile e riesce a trasmettere la visione del dramma dell’invisibile».

E non mancano legami con Modena, come l’amicizia con Luigi Ghirri…

«Ho conosciuto Luigi, quando era il geometra Ghirri che risiedeva in una villa accanto a Franco Fontana. Insieme abbiamo condiviso l’avventura della fotografia lungo il paesaggio italiano così deturpato, cambiato dalle infrastrutture autostradali e insediamenti industriali. Abbiamo dato vita alla cooperativa editoriale “Punto e Virgola”, con la prima collana interamente dedicata alla fotografia, pubblicando l’opera di Basilico, Giacomelli, Franco Vaccari… Senza dimenticare Arrigo Ghi che ha stampato le mie foto, di Ghirri, di Barbieri… La casa editrice è stata uno strumento fondamentale della cultura italiana».

Perché è singolare la fotografia di Ghirri?

«La sua è una fotografia semplice che ha tutta la grandezza dello sguardo dell’infanzia sul mondo. L’acutezza di vedere di Ghirri trascendeva la macchina fotografica, la cultura fotografica in Italia. A sette mesi dalla scomparsa ero alla Federico Motta Editore e gli ho fatto un grande libro con foto scattate in Emilia Romagna. E poi altre due pubblicazioni, con tutti i suoi testi. Di lui avevo visto, nel 1973, alla galleria “Il Diaframma” di Lanfranco Colombo a Milano, un cofanetto con le sue foto di “Colazione sull’erba”. Un cofanetto dato ad Arturo Carlo Quintavalle che lo donò a MoMA di New York. Un’opera che il museo americano ha pubblicato lo scorso anno».