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Modena, Alberto Bellocchio al Poesia Festival: “Così rivelo i segreti della mia famiglia”

Le esperienze dell’ex sindacalista, singolare narratore in versi “Forti legami, ma riservati, con i fratelli Piergiorgio e Marco”

«Non c’è rapporto tra il mestiere di sindacalista e la poesia, anche se tra i miei libretti c’è “Sirena operaia”, del 2000, che parla dell’autunno caldo dei metalmeccanici. Poi la famiglia mi ha preso la mano». E su “I libri della famiglia” converserà oggi, alle 10.30, nel complesso San Paolo, Alberto Bellocchio. Introdurrà la moglie Roberta Ravasi, con interventi di Roberto Alperoli e Guido Mattia Gallerani, e quelli musicali di Andrea Vettoretti alla chitarra e Riviera Lazeri al violoncello.

Come è iniziata la sua esperienza poetica?


«Da ragazzo, con un po’ di romanticismo, ho scritto poesie di cui ricordo tutto ma non ho conservato niente. Ho iniziato a scrivere versi con convinzione verso i 40 anni. Poesie rivolte alla solitudine, al senso di inadeguatezza, ad un incontro, ad un commiato. Ma poco a poco matura l’idea un’aspirazione diversa. Le poesia viene legata a storie e divento un narratore in versi e non ho più cessato di esserlo».

Narrato in versi è anche “Il libro della famiglia”…

«Mi sono adoperato a trovare le radici della mia famiglia, risalendo a tre secoli fa, al tempo in cui i miei erano zappatori, con la voglia di aggiungere alla memoria familiare persone ben delineate. Allora si è fatto spazio dentro di me una passione straordinaria per la ricerca archivistica, frequentando archivi parrocchiali, comunali, storici, notarili, biblioteche, internet (sito americano) e trovo che vicende familiari sono state già studiate».

Il suo libro trova legami con il poema “La camera da letto” di Attilio Bertolucci che parla della sua famiglia maremmana che emigra nel Ducato di Parma e Piacenza?

«Un legame fortissimo. Quando mi viene voglia di scrivere il mio libro, dagli antenati alle nuove generazioni, preparo il sommario e inizio a sviluppare alcuni capitoli, pur non convinto che sia la strada giusta. Allora viene pubblicato il libro di Bertolucci che leggo e mi dà una spinta particolare, per sviluppare la mia storia e il modo di scriverla. Lo considero un maestro».

I suoi romanzi in versi sostengono il concetto di “impegno” dell’autore?

«I primi due sono autobiografici, pur nel contesto sociale e politico: “Sirena operaia” e “La banda dei revisionisti” che parla di un gruppo di giovani intellettuali che si mettono a fare politica a Piacenza».

Cosa le reca più dolore, come uomo e sindacalista?

«Il dolore si ha di più pensando ai tempi eroici, all’autunno caldo, quando si potevano fare conquiste sindacali avanzatissime che la politica non era in grado di recepire. Avevamo a che fare con una “Italianetta” un po’ ridicola, con una corruzione profonda in tutte le vene del suo organismo. Ora per combattere la pandemia si è fatto ricorso ad un generale degli alpini, di cui pure sono un estimatore. A capo c’è un grosso economista che vorrei valorizzasse la politica. Ho l’impressione di un paese inadeguato, fragile».

Tra lei e i fratelli Piergiorgio e Marco ci sono legami forti. Cosa hanno rappresentato per la sua formazione culturale e politica?

«L’affetto fraterno è stato molto intenso, straordinario, ma un po’ inespresso, come tra persone riservate. Mio padre muore quando sono ancora tanto giovane. Allora il nuovo capo e Piergiorgio che ha influito sulle nostre letture. Un padre illuminato. Marco ha fatto scelte coraggiose. Gli ho sempre creduto. Con lui un grande rapporto che, con gli anni, diventa sempre più bello».

Lei è vissuto nella cultura e continua a viverla in famiglia…

«Non ho conservato molte amicizie con i colleghi del sindacato. E’ mia moglie, mostro di intelligenza e cultura, che porta in casa i suoi amici, i rapporti con gli altri. In fondo, mi ha un po’ civilizzato, mi ha preso come un bambino allevato dai lupi e portato nella civiltà. I suoi libri sono molto belli. Nello stare insieme avviene il mio mutamento. Prima ero molto difeso, barricato, avevo paura delle contaminazioni. Ho accettato le regole del vivere comune. Ma l’essenza profonda del mio essere originario, refrattario, la conservo. Anche mia figlia scrive libri ma non si lascia conoscere così facilmente».

La scrittura mette a nudo se stesso?

«C’è fusione tra il verso e la ricerca che dà corpo e sangue alle mie storie, ai personaggi. Sono io a fare un’autoanalisi e scavo in profondità per trovare me stesso, pensando che qualcosa degli antenati (ho indagato pure su tre figure minori) mi venga comunicato».