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Modena. Anna Della Rosa: «Con Cleopatràs va in scena la voglia di vivere e amare»»

«La donna che sceglie la morte per non essere schiava racconta l’essere umano e il rifiuto della mediocrità»

MODENA. È un fiume in piena Anna Della Rosa quando parla di “Cleopatràs” di Giovanni Testori, lo spettacolo che porterà in scena domani e mercoledì al Teatro Storchi, con la regia di Valter Malosti. L’entusiasmo è più che palpabile: «È uno spettacolo meraviglioso - dice - ma questo lo vedrete a teatro, dove spero possiate condividere ciò che provo. È straordinario perché è come se fosse l’ultimo concerto di una grande diva, una grande donna di spettacolo, come la regia di Malosti tira fuori con grande evidenza dall’opera meravigliosa di Testori, valorizzandone la molteplicità dei contenuti. È un "laio", un lamento, un canto d’amore disperato, ma pieno di passione, di Cleopatra, la regina di Egitto, la Cleopatra di Shakespeare, cui è morto il suo Antonio e lei non può pensare di vivere senza il suo amore e preda del nuovo imperatore romano, ovvero da regina diventare schiava; allo stesso tempo, appunto, così come la racconta Testori è sia la più grande delle soubrette che una “menagèr” brianzola che parla di osterie, di residence, di soldi, di banche che lei ha fondato e di cui è orgogliosa. In tal modo Testori, rimescolando l’antico Egitto alla Brianza, è come avesse composto il canto del cigno di una donna che ha vissuto all’estremo di tutti i desideri della vita, del potere. Qui poi emerge un chiaro riferimento alla Callas, implicito, ma riconoscibile per l’icona che la regia ricostruisce su di me».



Dunque, è il racconto di una tragedia?

«Assolutamente non solo questo, anzi, sa essere pure divertente. Cleopatràs è una donna che prende congedo dalla vita, ma come lo fa? Cantando, come si fa in poesia, con l’incredibile linguaggio in rima di Testori, fatto di sonorità lombarde che riecheggiano il latino, il francese, lo spagnolo, pieno di ritmo al punto che mentre lo reciti idealmente batti il tempo col piede, con una melodia interna ed un ritmo che irretiscono, come il canto delle sirene di Ulisse. In questo modo vieni trascinato nel gioco testoriano così pieno di ironia, che spazia nell’ampiezza dell’animo umano e dell’eros, del desiderio. È stupendo perché se poi pensiamo che questo è l’ultimo testo che Testori ha scritto sul letto dell’ospedale pochi mesi prima di morire è incredibile come sia una tale esplosione di eros e di vita, oltre che di dolore e rabbia di chi dicendo che è tutto finito si chiede cosa resta di me? Cosa resta di noi? Diviene pertanto un testo emblematico sul senso della vita filtrato attraverso un grande personaggio che sfonda i limiti. In un momento in cui noi siamo stati così limitati, pur ragionevolmente, per questioni di salute, il suo canto è un invito ad andare oltre i limiti con il sentimento, la forza, la passione, in un concerto fondato sulla strepitosa struttura musicale che Malosti ha realizzato assieme a Gup Alcaro».

Si piò dire che sia uno spettacolo estremamente pieno di contemporaneità, nonostante tratti un argomento teoricamente antico, occupandosi dell’essere umano in generale?

«Senz’altro, è l’emblema del desiderare, del vivere, dell’amare, e questo ci riguarda in quanto uomini e donne, come avviene per i grandi personaggi, che parlano dell’umano e poi ognuno sente riverberare le proprie corde internamente. Cleopatràs è questa figura piena di sfaccettature che racconta l’essere umano in quanto creatura desiderante, che sogna, sa immaginare, costruisce, e poi che si autodetermina, perché lei si ammazza, non potendo sopportare una vita mediocre, da schiava: non si tratta però di un inno al suicidio, anzi, solo descrive una determinazione molto forte».

Non è la prima volta che incontra Testori, ricordiamo la Monaca di Monza ne “I Promessi sposi alla prova”. Che differenza trova fra un monologo e recitare in un testo corale?

«Quello fu il primo spettacolo importante che feci dopo essere uscita dalla scuola Paolo Grassi, e fu una esperienza bellissima, diretta da Maurizio Schmidt. Un monologo mi chiede una responsabilità maggiore, arrivandoci più matura posso dire di avere una maggiore consapevolezza di attrice e di vita. Qui ovviamente mi manca il piacere del gioco di squadra, dove l’energia corre fra te, gli altri attori ed il pubblico. Invece in un monologo hai tutt’altra responsabilità, sei solo, però amo da morire fare questo spettacolo e devo dire che è meravigliosa la squadra che è con me, il fonico, il datore luci, il direttore di scena, la sarta che aiuta a prepararmi: loro sono i miei compagni che non mi fanno sentire sola sebbene in scena alla fine, il gioco di squadra sia fra te, il pubblico e basta».