Celli: «Nel mio “Mondocane” racconto il passaggio dal bambino all’adulto»

Domani sera il regista ospite della proiezione alla sala truffaut 

Alberto Morsiani

“Mondocane”, bell'esordio nel lungometraggio del 45enne Alessandro Celli, autore di numerosi corti premiati, che era stato presentato a Venezia nella Settimana della Critica, viene proiettato alla sala Truffaut domani alle 21 . Ambientato in una Taranto distopica cinta dal filo spinato, ai margini dell'acciaieria e della ricca Taranto nuova, il film mette in scena un'amicizia tra due tredicenni, Mondocane (Dennis Protopapa) e Pisciasotto (Giuliano Soprano) che lavorano per la gang criminale di Testacalda (Alessandro Borghi).


Celli, lei sta scrivendo una serie tv per i ragazzi, e il suo film racconta di una amicizia tra due giovanissimi. Come nasce questo interesse?

«Mi interessa narrare storie in cui avviene un cambio di pelle tra il bambino e l'adulto, quella terra di mezzo in cui si fanno per la prima volta delle esperienze decisive e si colgono opportunità. Il film è una storia di formazione con vari livelli di lettura, tra cui quello della libertà, e la parte di film d'azione non è poi così importante. E' anche bello lavorare con attori giovani esordienti. Nel film c'è una scelta coloristica molto forte... In generale non amo i toni cupi di tanti film italiani contemporanei, non amo la cupezza in generale. Mi piacciono i colori vivaci, che nel film mi servono per descrivere il sogno di questi ragazzi. E' un sogno certamente criminale, ma esprime anche gioia ed entusiasmo. Occorrevano dunque colori caldi, e ho fatto riferimento a certo cinema latinoamericano dai toni forti, racconti di sole, mare, acqua, storie di povertà. Ad esempio certi film messicani, brasiliani, di Babenco o Inarritu. Un film a cui ho guardato è “Tropa de elite”, sulle squadre speciali brasiliane, con cui il mio condivide anche il tema della repressione poliziesca: nel film, la polizia bracca i ragazzi fuggiaschi».

Perché Taranto?

«Non volevo fare un film sull' Ilva, anche se nel film c'è una acciaieria. Mi interessava di più andare a svelare un Meridione d' Italia con tanti problemi. Un tempo il dibattito sui temi ambientali e sociali si svolgeva con più ragionevolezza. Ora, salute e lavoro sono diventati dilemmi per la povera gente. L'elemento distopico era una scelta interessante, perché proiettava questi temi oltre i confini italiani grazie all'uso di una metafora».

Com'è avvenuta la scelta degli interpreti?

«Ho fatto il casting nelle zone periferiche di Taranto, in un quartiere popolare e verace, Salsano. Uno dei due ragazzi l'abbiamo trovato facendo una interessante intervista sulla spiaggia dove stava in comitiva, l'altro è stato raggiunto con il volantino che abbiamo distribuito. Mi interessava da parte loro una identità autentica, una spontaneità diretta. Quanto ad Alessandro Borghi, è un grande attore. Nel suo caso abbiamo lavorato molto sui passaggi compiuti dal suo personaggio, Testacalda. Il film è prodotto da Matteo Rovere, un regista affezionato al cinema di genere. Matteo ha avuto un ruolo enorme a realizzare il film. Ha avuto tanto coraggio nel mettere a fuoco tutti i dettagli, nel trovare la storia giusta e dare fiducia a un regista esordiente. Non ha affatto limitato le scelte creative e produttive, . Ho avuto voce in capitolo sempre. Certamente, ha influito l'amicizia tra noi due».