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«Il mio racconto della Sicilia ha trovato ispirazione da una storia vera»

Pietrangelo Buttafuoco oggi al Monzani con il suo romanzo "Sono cose che passano" pubblicato da La Nave di Teseo

C’è uno scabroso fatto di cronaca consumatosi nella Sicilia degli anni Trenta al centro della trama dell’ultimo romanzo di Pietrangelo Buttafuoco “Sono cose che passano” (La nave di Teseo), da giovedì in libreria. 
«Ho solo spostato l’epoca – dice lo scrittore, che ha fatto degli anni Cinquanta lo sfondo della sua narrazione – le storie vere sono molto più belle di quelle inventate». 
È l’estate del 1951 quando a Leonforte, un paese dell’entroterra di Sicilia, a casa del barone di dubbia nobiltà Rodolfo Polizzi arriva Lucy Thompson, compagna di college della moglie Ottavia, principessa di Bauci, a risvegliare i loro trascorsi di gioventù, tutti di strani riti e sabba studenteschi. Quando il barone si ammala e la principessa si lascia sedurre da un capomastro, l’intero paese si trasforma in un pandemonio. Oggi alle 18 Buttafuoco sarà al Bper Forum Monzani per presentare il suo libro .
 
Perché venire ad ascoltarla oggi? 
«Perché la storia è bella, bellissima, e il merito non è mio ma di questa vicenda assolutamente singolare in un contesto di totale fascino qual è quella terra che riesce ad essere mondo pur essendo conclusa nella perfezione del triangolo in mezzo al Mediterraneo. 
Come è nato questo romanzo? All’inizio premette che i luoghi e i personaggi non figurano allo stato civile. Eppure c’è una Leonforte, realmente esistente, e anche un Nino Buttafuoco politico, come suo zio Antonino Buttafuoco…
«È semplicemente un escamotage: la mia è una storia vera accaduta negli anni Trenta che io ho spostato negli anni Cinquanta. È conoscendo la storia della famiglia di Carlo Delcroix che ho scoperto questa vicenda. E a dire la verità il libro l'ho scritto da un bel pezzo ma poi ho fermato l’uscita per aspettare che si esaurisse la pandemia. Per i miei romanzi prendo sempre delle storie vere perché sono molto più belle di quelle inventate». 
A proposito di pandemia nel libro scrive, riferendosi alla società siciliana di settant’anni fa, che “c’è una fiducia nella sanità pubblica che rende tutti uguali, non meno malati tra gli ammalati”. Lei che ne pensa della nostra sanità pubblica? 
«Era un contesto in cui tutta quella gente era stata forgiata dalla guerra quindi aveva un senso del pubblico spontaneo, naturale. Un po’ come il Duca d’Aosta che prediligeva consumare i pasti nella mensa con i suoi soldati. Io per principio prediligo sempre le scuole pubbliche a quelle private, le strutture della sanità pubblica a quella privata. Mi sono sempre rivolto al pubblico. Certo c’è il dettaglio che ogni volta sono andato al nord, in Veneto». 
Se fosse uscito il secolo scorso il suo romanzo sarebbe stato definito scandaloso e lei magari avrebbe subito anche un processo per oscenità, non crede? Ottavia, principessa di Bauci, e la sua compagna di college Lucy Thompson anticipano di quasi 20 anni la liberazione sessuale e sembrano minacciare il sistema di valori della società siciliana di quel tempo…
«Quello era un ambiente cosmopolita, non aveva nulla che poteva far pensare a chi sa quale chiusura mentale. Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso quella Sicilia era totalmente aperta a qualunque vento del nuovo: tutto il mondo si dava appuntamento lì. Le isole sono sempre i luoghi dell’eccentricità e delle bizzarrie». 
Dunque lei la vede una Sicilia aperta. Eppure Lucy Thompson viene disprezzata perché lavora, beve vino, indossa i pantaloni, flirta, non è sposata, parla di sesso e lo fa…fuori dal matrimonio.
«Era un atteggiamento classista, più che altro, in un contesto dove l’alta nobiltà coglieva il lato piacevole, ebbro… Consideri che quello era il luogo che negli anni Trenta aveva visto protagonista il satanista Aleister Crowley, barone inglese che si era istallato a Cefalù. Quella Sicilia era molto più libera, viva e ricca di quella di oggi per cui dobbiamo proiettarci in una dimensione totalmente diversa: erano i luoghi del Grand Tour, i luoghi in cui il meglio del mondo arrivava sull’isola per viverla e goderla. La libertà che si viveva all’epoca era molto più forte di quella che si potrebbe vivere oggi». 
E cosa mi dice del cambiamento del mondo del lavoro rispetto a quegli anni? Se guardiamo all’occupazione femminile oggi la Sicilia è fanalino di coda tra le regioni italiane, di poco sotto il 30%...
«È il fanalino di coda intanto di giovinezza perché non esistono più le giovani generazioni: c’è uno svuotamento sociale impressionante perché si è costretti ad andare via. Ambiente, cultura e bellezza per il potenziale che hanno potrebbero essere il volano dell’economia e del commercio ma non lo sono perché la gente va via. La differenza di fondo fra il passato e oggi è che prima si andava via e quell’andare via determinava un indotto con le rimesse, adesso chi va via non torna più e non manda più niente. La desertificazione sociale è il vero problema». 
Parliamo di destino, c’è questa frase – “non fu destino” – che ripetono diversi personaggi in differenti momenti della storia. Qual è l’idea di destino che ha voluto fare entrare nel libro? E la sua personale?
«Coincide con quella di Carlo Delcroix, è quella affidata alla Misericordia. Ne sono serenamente convinto, mi affido sempre alla Misericordia».
Nel libro fa di Famelico, il demone, e della Morte, personaggi che agiscono e che, addirittura, provano emozioni. Perché? La Morte versa persino una lacrima, ad un certo punto... 
«Nel cantiere artistico del mio lavoro ho sentito la necessità di fare arrivare il Deus ex machina e sono stato in quell’ottica: ho voluto raccontarli dando corpo a qualcosa e qualcuno che da molti è considerato soltanto un simbolo mentre invece per me la morte così come il demone sono concrete entità presenti nella nostra esistenza».