Il ritorno di Delbono «Viaggio in Portogallo per andare alle radici di amore e sofferenza»

Da domani al Teatro Storchi il nuovo atteso spettacolo ispirato da una lunga permanenza nella terra del Fado

andrea marcheselli

“Amore”: ancora una volta un titolo stringato, essenziale, per il nuovo spettacolo di Pippo Delbono che esordirà in prima nazionale domani sera, alle 20,30, al Teatro Storchi. Nuovamente prodotto da Emilia Romagna Teatro Fondazione, vedrà sul palco assieme all’autore ed ai suoi soliti compagni di strada un trio di artisti portoghesi, provenienti «da una terra crocevia di tradizioni, di contaminazioni», spiega Delbono, cui abbiamo chiesto di presentarci lo spettacolo.


«Il Portogallo è la terra della passione dell’incontro passionale, dell’amore, ed è anche una terra molto aperta, anche se piena di malinconia e pure di senso della morte. Vi sono arrivato in modo forse un po’ casuale ed è andata a finire che lì ho trovato il contesto ideale da cui partire per parlare di sofferenza, nostalgia, tristezza».

Che non sembrano concetti apparentemente legati a quello di amore.

«E invece lavorando sull’amore alla fine è venuto fuori uno spettacolo duro, incentrato più che altro sulla sofferenza che può provocare, come mi ha insegnato un periodo importante della mia vita».

Quindi anche in questo lavoro risulta determinante l’aspetto autobiografico nella sua creazione, come spesso è accaduto nei precedenti spettacoli?

«È uno spettacolo che mi porto dentro come il dolore, un sentimento che avverto nel profondo. Non è poi così strano associare all’idea dell’amore quella del dolore, come ci insegna di continuo la nostra esistenza».

Gli artisti portoghesi coinvolti sono due musicisti e una cantante. La musica avrà dunque molto spazio?

«Assolutamente sì, anzi, per taluni aspetti potremmo quasi dire che è una sorta di musical, all’interno del quale il “fado” e le sue liriche assumono un peso decisamente significativo, per i contenuti che riesce a trasmettere. Comunque si tratta di un primo passo, un primo studio su questo amore, sulla sua idea in generale. L’obiettivo è che nel tempo lo spettacolo cresca approfondendone il tema, se possibile ancora di più di quanto non sia già accaduto in tanti altri miei precedenti spettacoli. Non voglio fermarmi a quelle che sono le logiche della retorica cui normalmente si associa la parola amore, bensì proseguire in una incessante ricerca di quello che doveva essere il suo senso originario, del momento in cui ci si amava e si parlava di amore con la stessa nostalgia del “fado”, quasi un antidoto alla presenza della morte»

Su tutto questo gioca un ruolo anche questo periodo che stiamo vivendo di pandemia?

«Sì e no, cioè il tema va oltre, ha carattere universale anche se sviluppato attorno a quelli che sono i risvolti personali dell’eterna ricerca che ciascuno porta avanti sull’amore. Però non possiamo nasconderci che questo è un periodo in cui sembriamo esserci scordati cosa sia l’amore. È un momento tremendo come dichiara il fatto che tante persone abbiano compiuto il loro ultimo viaggio nella più totale solitudine. Sono narrazioni che si possono intrecciare, così, passando dal personale all’universale e viceversa. Distacco, perdita, sono esperienze che ho vissuto tragicamente e mi hanno imposto di chiedermi se mai abbia fatto tutto il possibile perché certe cose non accadessero. Questo ha provocato in me sensazioni laceranti»

Che sono poi quelle che presumibilmente daranno anima allo spettacolo?

«Sì, ho sempre avvertito come indispensabile portare la vita dentro al teatro».