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Vasco Brondi a Carpi: «La mia cosa spirituale un “corto circuito” tra le musiche sacre»

Domani performance con brani, poesie, letture e riflessioni Spettacolo creato appositamente per il Teatro Comunale

Laura Solieri

Dopo il grande riscontro ottenuto con l’album “Paesaggio dopo la battaglia” pubblicato lo scorso maggio (il primo a suo nome dopo l’esperienza decennale de “Le luci della centrale elettrica”), Vasco Brondi, uno dei cantautori più interessanti e creativi del panorama italiano contemporaneo, presenta in prima nazionale lo spettacolo “Una cosa spirituale” in scena il 13 novembre ore 21 al Teatro Comunale di Carpi. Canzoni, poesie, letture, riflessioni, pianoforte, violoncello e chitarre distorte sono gli ingredienti di questo spettacolo di e con Vasco Brondi, ideato e costruito appositamente per il Comunale di Carpi, dove debutterà nell’ambito della rassegna “L’Altra Musica”. Sul palco con lui Andrea Faccioli (chitarre), Daniela Savoldi (violoncello) e Angelo Travace (pianoforte). «Un cortocircuito tra musiche sacre: candomblé e raga, madrigali e mantra, Bach e canti gregoriani – spiega Brondi, che abbiamo incontrato in anteprima - Ci condurranno le voci e le parole di scrittori, poeti e filosofi, che hanno sovrapposto la ricerca artistica a quella mistica da Thoureau a Chandra Candiani, da Franco Battiato a Carrére, da Simone Weill a Tagore, da Rumi a Santa Teresa, da Mariangela Gualtieri ai CCCP. In mezzo le mie canzoni con personaggi in ricerca continua, che si agitano cercando la pace».


Ricercare la pace, agitandosi: qual è la sua idea di pace e quanto è importante per lei la dimensione dell'inquietudine per raggiungerla?

«È un equilibrio molto instabile. L'inquietudine è utile se porta alla ricerca di cose più importanti, delle cose essenziali che come si suol dire normalmente non sono cose. Siamo portati ad essere accecati dalle cose che non vanno e a non fare caso a tutte le cose che invece vanno benissimo, alla fortuna miracolosa delle innumerevoli cose che vanno bene e che sono sempre di più dei problemi, ma le diamo per scontate. La mia idea di pace ha a che vedere con il cambiare il nostro punto di vista dall'insoddisfazione cronica alla gratitudine e all'apprezzamento per quello che c'è. Andare controcorrente rispetto a questo non sentirsi mai abbastanza, non avere mai abbastanza, che è la vera maledizione della nostra società».

Com’è cambiato il suo "sentimento" di battaglia nel corso della sua carriera artistica, e che tipo di battaglia sente oggi nel cuore e nella musica che fa?

«Mi viene in mente quella poesia di Pavese “Sempre vieni dal mare”. Un verso dice “Combatteremo ancora, combatteremo sempre”. Così è il mio rapporto con la musica, mi immergo e mi allontano. A un certo punto mi sono accorto che stavo facendo un disco pieno di battaglie intime e collettive, personali e universali. E che la mia piccola battaglia personale aveva qualcosa a che vedere con questo strano lavoro, con l’esporsi e il nascondersi. Per questo la prima canzone del disco conteneva per me una frase che è diventata un mantra. Siamo qui per rivelarci e non per nasconderci. Mi sono accorto che con le canzoni poteva per me essere ancora possibile esprimermi e liberarmi di qualcosa. Ho scoperto che i monaci zen fanno una meditazione in cui si siedono in cerchio e hanno una campana al centro. Chi vuole può suonare la campana e prendere la parola, a quel punto ha l’attenzione degli altri monaci ma può dire soltanto cose che gli fanno tremare la voce mentre le dice, se no si può stare zitti e continuare a meditare. E ho pensato che fosse un buon metodo anche per scrivere canzoni, dire la verità. E che è fondamentale che, anche quando non è una battaglia, ci sia qualche scintilla».

Come nel suo ultimo disco, anche in questo spettacolo sono coinvolti molti artisti, molte teste: la condivisione per lei è anche "cosa spirituale"?

«È una cosa misteriosa quello che succede quando siamo con gli altri e un mistero come ci siamo incontrati. Il mistero è ancora più grande quando si fa musica assieme e senza parlare ci si incontra su quel territorio. Il mistero dell’esistenza, dei pianeti lontani da noi, delle logiche delle maree e del vento, degli incontri che in quanto misteri sono sicuramente spirituali. È qualcos’altro rispetto al mercanteggiare materiale che affolla le nostre teste e le nostre strade. In questo senso il socialismo e il comunismo emiliano che credeva così tanto nella condivisione era mistico, era come le religioni non dualistiche, quelle che ci dicono che tutto è uno e i confini tra le persone sono solo apparenti».

Che rapporto ha con la fede e con il sacro? E come coltiva la speranza nella quotidianità?

«Credo che gli esseri umani siano esseri che si tengono in vita anche grazie alla fede, anche quando non lo sanno. Hanno fede nella propria realizzazione personale, hanno fede anche nella scienza che è quasi una contraddizione, hanno fede nel fatto che arricchirsi li renderà felici, hanno fede in qualche Dio, qualche ideologia o nelle leggi dell’universo o della fisica quantistica. Per me avere fede è più forte di me, è una “stella invisibile” che seguo d’istinto come diceva Camus. Sono un inquieto ma in sottofondo sono sempre stato tranquillo, mi sono sempre sentito protetto e ho sempre avuto fiducia negli altri e nel mondo e anche grazie a questa fiducia mi sono potuto lanciare allo sbaraglio a vent’anni in questo lavoro chiudendomi tutte le uscite di emergenza possibili. Avevo fede in quello che facevo. Quando ti esponi e ti apri agli altri hai un effetto paradosso per cui invece di essere più fragile diventi più forte e sicuro. Per me avere fede vuol dire non preoccuparsi troppo, le cose cambiano comunque di continuo, migliorano, peggiorano, tornano migliori e continuano a cambiare, è inutile passare il tempo a preoccuparsi di queste fluttuazioni, meglio vivere e farlo con consapevolezza. Cercando in controtendenza di avere il corpo e la mente nello stesso posto nello stesso momento».