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Modena, «Raina è la mia luce». Veronica Simeoni riabbraccia la città del belcanto

Domani all’Istituto Vecchi Tonelli si diplomerà in canto lirico il mezzosoprano che a 42 anni ha già calcato i palcoscenici dei teatri più famosi al mondo 

MODENA. I melomani, di fronte a una notizia così, canterebbero. «Libiamo, ne' lieti calici». Sì, perché è tempo di festa, di meritati riconoscimenti, mai come in questo caso, tutti da cantare.

Domani all’Istituto Vecchi –Tonelli si diplomeranno in canto lirico due allieve eccellenti: il mezzosoprano Veronica Simeoni e il soprano Aleksandrina Mihaylova. Sono arrivate alla prova d’esame al termine dei loro rispettivi percorsi di studi: il biennio di secondo livello per Veronica Simeoni; il triennio di primo livello per Aleksandrina Mihaylova.


Mentre la cantante bulgara Aleksandrina Mihaylova, 21 anni, attualmente una delle migliori allieve di Raina Kabaivanska, tra i 10 ammessi alll’Accademia di perfezionamento del Teatro alla Scala, si presenta all’esame per conseguire il diploma dopo i primi tre anni di corso, Veronica Simeoni, 42 anni, si diploma vestendo i panni della cantante già affermata a livello internazionale. Del resto, gli esami nella vita non finiscono mai.

Durante il periodo del lockdown, a seguito della chiusura dei teatri, ha finalmente potuto concludere gli studi interrotti qui nel 2008 dopo la sua prima scrittura. Il lavoro, e il palcoscenico, le hanno sempre impedito di sostenere l’esame finale. La sua, con il mondo della lirica, è una storia molto lunga, ricca di prove importanti, successi, premi.

Veronica Simeoni, mezzosoprano, classe 1979, si è diplomata in canto presso il Conservatorio di Adria, poi ha proseguito la sua formazione con Raina Kabaivanska a Siena e poi all’Istituto Vecchi Tonelli di Modena e all’Universita di Stato di Sofia. Ha vinto tantissimi premi, e nel corso della sua carriera, l’hanno diretta, fra gli altri grandi maestri, Chailly, Zubin Metha, Lorin Maazel. Dovessimo piantare le bandierine sul mappamondo delle sue performance dovremmo armarci di pazienza.

Cosa significa per lei, ora, presentarsi a una prova d’esame, dopo aver superato quello di tanti palcoscenici?

«È davvero una bella cosa che nello stesso giorno si diplomino due cantanti, una di 21 anni, all’inizio della carriera, e una di 42, che ha già una storia professionale consolidata. Per me è un passo emozionante, significa davvero rimettermi in gioco. È un po’ come ricevere una conferma. Mi presento dopo tanti anni, di fronte a commissari che mi conoscono, che mi hanno formata, perché qui a Modena ho sostenuto a suo tempo tutti e 23 gli esami previsti dal corso di studio. Mi restava solo la tesi. Che non sono mai riuscita a programmare perché ho cominciato a lavorare subito. E tutte le volte che avrei voluto un permesso artistico per concludere il mio percorso qui, c’erano prove generali, una prima, una prova di regia, o ero, letteralmente, dall’altra parte del mondo. Ora, per me, questa, è una prova del 9. Che sto vivendo con trepidazione, forse con un’agitazione più grande di quando vado in scena».

In cosa consiste la prova?

«Porto un programma da concerto da 50 minuti inerente la parte scritta, poi segue la discussione della tesi. Per me è come chiudere un cerchio. Davanti a me ci sarà la mia maestra, Raina Kabaivanska, la mia luce, la più severa, quella a cui ho dovuto sempre mantenere le promesse, dimostrare che ero all’altezza delle sue aspettative. Lei per me c’è sempre stata. A tutti i debutti importanti. A Londra prima della pandemia, a Madrid, a Norimberga. Lei è stata sempre un punto fermo per me. Vederla in prima fila mi ha sempre dato la carica. È un’artista che si spende per gli allievi, ci mette fatica, energia, entusiasmo, dà tutto. Ogni volta che mi serve un consiglio, chiamo la signora».

Ha recentemente fatto il suo debutto alla Metropolitan Opera House di New York a fianco di Vittorio Grigolo e alla Sydney Opera House in Carmen. Si ricorda come è stato uscire in scena?

«Certo. Sono due teatri agli antipodi, erano le mie due mete irraggiungibili, sia per la distanza che per il prestigio. Alla Sydney Opera House, edificio simbolo, iconico della città, ho portato la Carmen, uno dei miei ruoli preferiti. I primi 15-20 secondi il solito nodo in gola, che poi si scioglie subito e diventa gioia, arte. La paura passa e lascia il posto all’adrenalina che riempie il cuore. Che dire di New York? Il Metropolitan è il sogno di tutti i cantanti del mondo e Charlotte uno dei miei ruoli preferiti. L’ho interpretato con euforia e forse, con un pizzico di incoscienza. Nel senso che arrivare su quel palcoscenico alla soglia dei 40 anni è una cosa importante. Che nemmeno nei sogni più rosei ti saresti immaginato. Ma te ne rendi conto dopo. Lì per lì te la vivi tutta».

Che ricordi ha di Modena, qualche volta li porta con sé sulle strade del mondo?

«Parlo sempre di Modena, della signora, dell’istituto, di Pavarotti, del cibo. Il primo premio importante l’ho vinto qui, la prima edizione del concorso Pavarotti, che ho conosciuto. Mi ha portato a casa sua Raina Kabaivanska insieme a un altro allievo. Era già malato, ma ci ha ascoltato con grande attenzione, ci ha dato consigli, abbiamo cantato per lui accompagnati dalla signora. E lui mi ha detto: “Cocca, se canti così vinci”, una grande emozione».

Gesto scaramantico prima del palcoscenico?

«Non sono superstiziosa. Non voglio legarmi a un rito. Poi, in scena, pensandoci, potrei distrarmi. No. L’unica cosa che in camerino non manca mai è la Coca-Cola»

Che non mancherà nemmeno alla prova d’esame?

«E come potrebbe?».