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Modena, Silvia Rigon: «Omaggio a Dostoevskij che offre riflessioni sulla libertà»

“Il Grande inquisitore e altre parabole”: a grande richiesta il capolavoro del romanziere russo da oggi al 5 dicembre nel Ridotto del Teatro Storchi 

MODENA. Torna a Modena, nel Ridotto del Teatro Storchi, lo spettacolo “Il Grande inquisitore e altre parabole” dopo essere stato inserito nel cartellone della ventunesima edizione del Festivalfilosofia dedicato al tema libertà. Sarà in scena da stasera fino a domenica 5 dicembre e si tratta di un omaggio fatto dal drammaturgo Fabrizio Sinisi e dalla regista Silvia Rigon allo scrittore Fëdor Michajlovic Dostoevskij, nei duecento anni dalla sua nascita. “La leggenda del grande inquisitore” si intreccia ad altre favole allegoriche sul tema della libertà e l’allestimento vede in scena Andrea Argentieri, Simone Baroni, attore diplomato alla Scuola Iolanda Gazzerro di Ert e Marco Cavalcoli.

Silvia, partiamo proprio dal Festifalfilosofia: com’è stato affrontare il tema della libertà appoggiandosi alle parole immortali di Dostoevskij?


«Partecipare a un evento così importante per noi è stato un vero onore. Lo spettacolo è andato sold out diversi giorni prima della messa in scena e questo ci ha fatto capire ancora di più quanto siano attuali le idee e le parole di un grande autore come Dostoevskij. Gli uomini di cui parla lui, non a caso, sono vivi tutt’oggi: sono persone che conosciamo, che sentiamo vicine. Già durante il processo di costruzione dello spettacolo, assieme all’autore Fabrizio Sinisi, alla scenografa Paola Castrignanò e a Eleonora Terzi che ha curato i costumi, abbiamo sentito che questi personaggi ci parlavano moltissimo. Il pubblico ci ha poi confermato di aver apprezzato questo allestimento».

Com’è nato lo spettacolo?

«“La parabola del grande inquisitore” è forse la più famosa ed esplicativa del pensiero di Dostoevskij sulla libertà. Abbiamo studiato tantissimo, eppure ci sembra di aver concluso un primo avvicinamento alla poetica di Dostoevskij. La sua letteratura non è soltanto vasta ma servono anni, se non una vita intera, per afferrare la complessità alla quale dà accesso attraverso i suoi scritti. Abbiamo utilizzato il saggio di Bachtin a proposito della polifonia per approfondire certe tematiche dostoevskiane. È stato lui a suggerirci di conferire una certa libertà ai personaggi ed è quello che ho cercato di fare nella messa in scena. Ho infatti deciso di mettermi in rapporto, diciamo pure in dialogo orizzontale, assieme a tutta la squadra che ha lavorato con me. In questo modo abbiamo cercato di dare struttura a tutta la messa in scena».

Come si compone?

«Il nostro è uno spettacolo composto da 5 quadri, attraverso i quali esploriamo il rapporto che l’autore aveva con la libertà. Il primo porta in scena brani di “Memorie del sottosuolo” in cui l’uomo si trova da solo con sè stesso. Ne “I demòni” il concetto di libertà di ciascuno di noi entra in conflitto con quello degli altri. “Il sogno di un uomo ridicolo” esplora il rapporto che ogni essere umano ha con i propri sogni e come questi ci cambiamo la percezione della realtà. Gli ultimi due quadri sono tratti da “I fratelli Karamazov”. Dostoevskij è effettivamente un uomo che ha toccato con mano i imiti e le potenzialità della parola libertà. Ecco che è lui a insegnarci come questo tema non sia mai speculativo ma sempre deviato dall’esperienza».

Che ruolo avrà la parola in questo spettacolo?

«Sarà sicuramente fondamentale, dal momento che parliamo di uno spettacolo che si fonda su materiale letterario e riflessioni filosofiche. Ma anche le componenti visive e sonore saranno messe al centro. Abbiamo infatti voluto lavorare su diverse linee drammaturgiche. Il tema dello specchio e del riflesso torneranno attraverso le scenografie e i giochi di luce. La musica, poi, è stata composta proprio per questo spettacolo da Andrea Gianessi. Paola Castrignanò ci ha permesso di creare uno spazio non teatrale, non a caso infatti siamo nel Ridotto del teatro Storchi».

Dopo questo lavoro, che idea si è fatta della libertà e qual è secondo lei la più grande minaccia alla libertà di un essere umano?

«Pensare alla libertà come ascolto e dialogo con l’altro per noi è stato fondamentale per la costruzione di questo spettacolo. Il confronto è stato prezioso, anche se si è trattato di una piccola isola. E la più grande minaccia della libertà, secondo me, è la paura. Quella di non aprire il dialogo con sé stessi e con gli altri. Non bisogna avere paura, soprattutto di raccontarsi».