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Starnone a Modena:  «La storia d’amore di Mimì l’infanzia e la scoperta che morire non è un gioco

Oggi al Forum Monzani (ore 17.30) Domenico Starnone presenterà con Marcello Fois il suo ultimo libro “Vita mortale e immortale della bambina di Milano” edito da Einaudi

ARIANNA DE MICHELI

Firmato da Domenico Starnone, insegnante, scrittore e sceneggiatore, “Vita mortale e immortale della bambina di Milano” edito da Einaudi è un gioiellino tascabile che se ne sta comodo nel fodero del cappotto. Un antidoto al mesto quotidiano da leggere e rileggere ogni qualvolta l’eccesso di realtà prende il sopravvento sulla volontà (o capacità) di corteggiare l’illusione. Starnone, grazie al suo omonimo, ossia Domenico detto Mimì, ci riporta in quel luogo-tempo ove tutto era possibile: l’infanzia. Un’infanzia forse inesorabilmente perduta di cui sentiamo un’indefinita nostalgia spesso archiviata con un sospiro di sollievo, quasi fosse uno scampato pericolo.


Perché durante la fanciullezza si è pronti a tutto. Come Mimì, aspirante poeta, che nella Napoli degli anni Sessanta, pur di conquistare l’attenzione della “bambina di Milano” - che solo una volta adulto scoprirà essere stata napoletana verace quanto lui – coraggiosa danzatrice in erba, è disposto a sfidare a duello con tanto di bastone puntuto il suo migliore amico. O addirittura a scendere negli inferi per strappare la sua Euridice, scomparsa troppo presto, dalle forti braccia di Ade. Tenero ed entusiasmante quanto un’avventura, “Vita mortale e immortale della bambina di Milano” è un libro sull’amore e sulla morte. Ma ancor prima sul linguaggio comune ad entrambe, la vita insomma.

Oggi alle 17,30 Domenico Starnone, in tandem con Marcello Fois, presenterà la sua ultima fatica al Forum Monzani di Modena.

Mimì incantato dalla bambina di Milano che danza in equilibrio precario. Domenico universitario alle prese con una lingua, un alfabeto che non dice tutto e che molto lo delude. Ed infine Domenico adulto che abbassa le aspettative e rinuncia ad indossare i panni di grande poeta o letterato. Si riconosce?

«No, o almeno non a cose fatte. Ma mentre scrivo sì, mi riconosco, ho bisogno di credere fino in fondo a ciò che sto raccontando. Sicché parto spesso da mezze pallide verità. Ho amato molto, a dieci anni, una bambina che avevo visto una sola volta, mentre beveva alla fontanella. Ho dato molto tempo fa un esame di glottologia. E sono stato il nipote preferito della mia nonna materna che si aspettava da me grandi cose. L’autobiografia è tutta qui, non ci si fa un racconto. Perché succeda bisogna inventare. E sentire che soprattutto ciò che inventiamo è vero».

Lei ha scritto un libro esilarante pur eleggendo come protagonista la morte. Che ritorna senza tregua. Quando si è bambini la morte non fa paura – quella degli altri sì, ma non la propria . Meglio morire che essere considerato dagli amici un cacasotto. Perdere la vita in duello in nome della persona amata è l’apoteosi della vita, è immortalità. Funziona così? «Grosso modo sì. I bambini fanno un grande uso dell’imperfetto ludico, quello di cui si servono quando, che so, dicono: “Facciamo che tu mi uccidevi e io morivo”. Durante l’infanzia i pericoli, la morte sono per finta e quelle finzioni causano un piacere così intenso che non riusciamo a rinunciarci nemmeno da adulti. Lo ritroviamo leggendo romanzi, al cinema, a teatro, in tv, nei videogiochi. E persino quando agiamo secondo le nostre credenze, le ideologie o le mode che abbracciamo. Il “facciamo che io ero” aiuta a vivere. Almeno fino a quando non si sbatte contro i nudi dati della realtà».

Comunque sia scomparsa La bambina di Milano, la morte prematura rende immortali. Nei panni di adulto lei teme la sua dipartita?

«No: temo piuttosto la malattia e l’accanimento terapeutico. La consapevolezza della morte, quando siamo ancora carichi di energie vitali, è piuttosto vaga. Finché ci sentiamo nel pieno del romanzo della nostra esistenza, la morte ci sembra inverosimile. Ci godiamo il racconto e scansiamo lo sgomento del tempo che vola, dell’invecchiamento. A meno che la morte vera non ci guasti la vita con la sua brutale irruzione già nell’infanzia. Che poi è ciò che accade al protagonista di questo racconto».

Il suo è un libro anche (forse soprattutto) sul linguaggio, sull’eterno confronto tra italiano "aulico" – il cui alfabeto però suona incompleto se privato della parte fonetica– e dialetto. Dialetto di cui a volte a torto ci si vergogna. Concorda o abbiamo preso un abbaglio?

«Sì, la lingua è il nocciolo del racconto. Si incontrano e si scontrano l’italiano della scuola, l’italiano della bambina, il napoletano del protagonista e della nonna. È un tema spesso presente nei miei libri. Qui ho cercato di prenderlo di petto”.

Figura fondamentale del suo libro è senza dubbio la nonna, la serva della famiglia che si libera nel momento in cui si scopre utile per l’esame di glottologia del nipote preferito. La nonna è colei che, a detta dello stesso Mimì, quando era ancora giovane e bellissima, andò riprendersi il marito nella fossa dei morti. Per poi tornare a casa sconfitta e imbruttita. Una riflessione sconcertante non trova?

«Sconcertante è una bella parola. Scrivere è un concerto ma un po’ di sconcerto non guasta. La nonna qua e là sconcerta. Ho amato moltissimo la sua figurina, mentre scrivevo. Ne ho conosciute parecchie, da ragazzo, di queste donne-serve, sostegno domestico di intere affollate famiglie, lavoratrici non remunerate e d’altra parte super produttive e super sfruttate in ambito domestico. Il bambino immagina sua nonna come un Orfeo al femminile. Lei ha avuto parecchi dolori e ha perso il piacere di vivere e la bellezza».

Eppure quando nonna davvero esala l’ultimo respiro lo shock pare insuperabile. Tanto da cancellare anche l’immortalità della bimba (non) di Milano. Qual è il legame che unisce inesorabilmente queste due donne, l'una anziana, l'altra ancora in fieri?

«Entrambe finiscono per svelare al bambino che ogni ipotesi di immortalità, compresa quella letteraria, è infondata”.

Una volta adulti si riesce ad amare con la medesima assolutezza messa in campo dai bambini?

«Se si è fortunati, sì».

Davvero la coerenza è una malattia degli adulti?

«Diciamo che noi adulti tendiamo più dei bambini a tenere insieme, almeno formalmente, le nostre eterogenee carabattole. Abbiamo bisogno di sentirci in ordine e perciò viviamo nell’angoscia del disordine, fuori e dentro di noi”.

A pag. 24 scrive: “È così consolante sapere che c'è almeno un essere umano che pensa di te, anche sbagliando: ah, come è preziosa questa persona. Voglio prendermene cura finché muoio”.

A lei professore è successo di sentirsi così amato e di amare così profondamente?

«La seconda cosa si è verificata un po’ più spesso della prima».