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L’ideale di perfezione che Raffaello fa vivere nella dolcezza di sguardi

Sgarbi, al Bper Forum Monzani: «Il piacere del sesso unico difetto di una vita perfetta. L’amore per la Fornarina»

Per celebrare Raffaello, nel quinto centenario dalla morte, Vittorio Sgarbi ha curato diverse mostre a Urbino: “Baldassarre Castiglione e Raffaello”, “Da Raffaello. Raffaellino del Colle”, “Perugino, il maestro di Raffaello”. “Mostre ma anche incontri e spettacoli che ho preparato – evidenzia il noto critico - in occasione di centenari. Dopo i primi spettacoli su Caravaggio e Michelangelo, come valori assoluti, anche quelli su Leonardo nel 2019 e Raffaello nel 2020, da cui sono derivati due libri “Leonardo, il genio dell’imperfezione” e ora “Raffaello. Un Dio mortale” (La nave di Teseo, 360 pagine). I due volumi possono essere considerati i libretti di scena di spettacoli da me preparati”. E il libro su Raffaello sarà presentato da Sgarbi, domani alla 21.15, al Bper Banca Forum Monzani.

Cosa ha colto, con questo lavoro su Raffaello?


«Di Raffaello ho colto la dimensione umana, guardando i quadri non come ricerca sperimentale, ma come tentativi di offrire l’immagine definitiva della realtà».

Per essere un “Dio”, l’artista cosa ha fatto?

«La presenza di Dio è legata al fatto che non muore sia rispetto alla sua dimensione ontologica che nel rapporto con noi. Le immagini di Raffaello sono simulacri di Dio che non muoiono mai. L’artista è estremamente contemporaneo. Quindi, abbiamo davanti a noi Raffaello in persona attraverso le sue opere».

Quale innovazione fondamentale Raffaello ha portato nell’arte e nella cultura del tempo?

«Raffaello non era solo un pittore, ma anche un filosofo, teologo e ha indicato l’ordine del mondo che corrisponde al trionfo dell’Occidente e del Rinascimento. La sua è una postazione molto orgogliosa e solenne, perché l’artista è titolare del momento più alto della storia umana nell’arte. E non solo».

Lei scrive che “le opere che la critica disconosce sono di Raffaello”. In che senso?

«Le opere autografe sono sospese dalla valutazione fiduciaria. Nel senso che non c’è nulla di scientifico per la verifica, le strumentazioni per capire come le opere abbiano fatto a raggiungere certi risultati. Non ci sono problemi su Raffaello per il quale c’è una competenza critica universale».

L’essere nato a Urbino e la bottega del padre hanno influito per la sua formazione?

«La cosa più bella è che suo padre Giovanni Santi, che ha coscienza dei propri limiti, lo vuole più bravo di lui. Fa di tutto per dare al figlio la migliore educazione. Bellissima è la pagina che racconta il rapporto tra i due».

Gli insegnamenti del Perugino fino a che punto sono determinanti?

«Il padre va a Perugia per trovare il Perugino, che è momentaneamente a Roma, per educare suo figlio al quale aveva dato lezioni sul piano tecnico. Perugino accetta. E dal 1511 Raffaello è capace di realizzare capolavori. Le sue prime opere sono quasi inconfondibili con quelle del maestro. Si assiste a contaminazioni, perché i pittori che si sono formati nella bottega di Perugino, vengono inevitabilmente tentati dal linguaggio di Raffaello, ne subiscono l’influenza».

Il suo maestro ideale resta, comunque, Piero della Francesca?

«Piero della Francesca è il pittore dell’opera “Sacra conversazione” un dipinto sublime, presso la pinacoteca di Brera, dove i santi sono tutti insieme, in un spazio unitario (chiesa, presbiterio). E quel modulo di architettura Raffaello lo riproduce nella “Scuola di Atene”. E’ l’evoluzione spaziale di Piero».

Raffaello pare disponibile all’amicizia, in particolare con Bramante. L’ammirazione per il lavoro di Leonardo. C’era qualche contrasto con Michelangelo?

«Michelangelo era in contrasto con Leonardo che Raffaello ammirava moltissimo, cosi come aveva un grande responsabilità e rispetto per i tutti i maestri. Le figure femminili (Maddalena Doni…) sono ispirate al modello della Gioconda. Bramante gli fa vedere, quando Raffaello lavora nelle stanze vaticane, la Cappella Sistina e impara molto dalle maestà delle figure di Michelangelo».

Quale opera ritiene un capolavoro in assoluto?

«La Madonna della seggiola. Sembra un dipinto accademico, di cui compiacersi, ma è vivo, palpitante. Le figure sembrano vive. Ritengo capolavori anche il Ritratto di Baldassarre Castiglione, la ritrattistica tarda, quella della maturità, il suo autoritratto, presso gli Uffizi, un po’ sformato, come preso dal piacere del sesso che è l’unico difetto della sua vita perfetta: è fidanzato con la nipote del Cardinale Bibbiena, ma lui è innamorato perdutamente della Fornarina che, con le altre donne, sono la sua dannazione. Nell’ultimo autoritratto si mostra come una persona che ha ceduto ai sensi. Da citare anche l’autoritratto con amico che è al Louvre. Personaggio demoniaco è quello (Bindo Altoviti) della copertina del libro. Per la perfezione, l’armonia che rappresenta, capolavoro assoluto è La Scuola di Atene, nella Stanza della Segnatura nei Musei Vaticani , che è il trionfo dell’Occidente, del Rinascimento».

La Fornarina lo sconvolge?

«La rappresenta “Velata”, nuda, sensuale, erotica , attraente come Monica Bellucci. La donna nuda l’ha fatta per sé, per dire che lei è sua. Raffaello è la perfezione ma è capace anche di alcune imperfezioni che lo rendono paragonabile nella ritrattistica a Velazquez. Lui è, in alcuni momenti, il pittore della vita, in assoluto».

Raffaello è stato un modello per numerosi artisti?

«Ho fatto una grande mostra al MART di Rovereto con “Picasso, De Chirico e Dalì in dialogo con Raffaello”. A lui hanno guardato anche Funi, Oppi, Donghi...».

Raffaello è morto a 37 anni. Per malattie veneree ?

«Da quello che dice Vasari, lui è stato preso dalla sete di sensi e quindi potrebbe essere morto di sifilide».

Cosa significa per lei venire a Modena?

«Modena è la continuazione degli Estensi a Ferrara. E quindi vengo a vedere ciò che Ferrara non è stata. Modena è la città dei più importanti primati economici e culturali della modernità: oltre al reddito c’è Ferrari, il lambrusco, all’aceto balsamico, Pavarotti, Bottura, Mazzoli, Wainer Vaccari. Ferrara non si è più ripresa. Il lambrusco è il vino eccellente. Raffaello, però, beveva il Chianti».