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Chiara Gamberale domenica 5 a Modena: «Vi racconto l’adolescenza e la fatica di accettarsi»

La scrittrice domani alle 17.30 sarà a Modena per presentare il suo ultimo romanzo “Il grembo paterno”. Con lei sul palco l’attrice Elettra Mallaby che leggerà alcuni brani 

INTERVISTA

ARIANNA DE MICHELI


Adele adulta, che mai ha abdicato all’adolescenza, è una donna densa, intensa, che aggrovigliata nei propri profondi pensieri vive in un appartamento spoglio, senz’anima, riempito solo dall’amore per la figlia Frida. Adele adolescente (anzi, “adelescente”) è la Signorina Ancora Senzaniente che può avere tutto ma a cui nulla basta, che si ammala dentro e fuori – soffre di disturbi alimentari, patologie da cui gli stessi medici prendono spesso le distanze - e diventa la protagonista de “Il grembo paterno”, edizioni Feltrinelli, scritto da Chiara Gamberale.



Un libro che ti toglie il respiro almeno quanto Adele e che, al pari della sua “eroina”, galleggia nel vuoto, nell’assenza. Perché in casa dei Senzaniente non si può parlare mai di cose belle altrimenti il rischio è che smettano di esistere. Perché quel padre tanto amato che ha ingannato Adele facendole credere di essere unica di fatto non c’è, ha un’amante, con cui tradisce la figlia ancor prima che la moglie. E come può Adele bimba muta restare silenziosa e continuare a galleggiare nel grembo paterno? Non può. E quindi diventa una ragazzina logorroica capace di stordire e stordirsi per sentirsi piena di qualcosa. Qualcosa di inutile perlopiù, nella spasmodica attesa che qualcuno “bussi al suo sangue”.

«Adele è il mio alter ego perfetto a cui ho consegnato tutte le mie ferite, ma anche i miei tentativi di conquista», rivela l’autrice che, dopo aver presentato oggi il suo ultimo libro alla Bilblioteca Salaborsa di Bologna in tandem con la collega Silvia Avallone, sarà domani sera alle 17.30 al Forum Monzani di Modena. Con una spalla d’eccezione, l’attrice Elettra Mallaby.

«Non ho molta dimestichezza con Modena, ma conosco e amo il Forum Monzani, luogo di incontri mai banali. La presentazione del mio libro sarà l’occasione di un’interessante terapia di gruppo. Elettra, a sorpresa, leggerà alcuni brani de “Il grembo paterno” ed io reagirò di conseguenza coinvolgendo il pubblico».

Si diceva di Adele. Gli spunti autobiografici sono lapalissiani, ma il contesto di vita è molto diverso rispetto al suo…

«Io non ho vissuto il quotidiano di Adele, non ne ho condiviso le circostanze. La sua famiglia, partita da zero per poi raggiungere un buono status economico, agli occhi degli altri, e peraltro della stessa Adele, rimane Senzaniente e lei patisce l’incapacità di comunicare con il padre Rocco. Che a tratti si dimostra avaro di parole per poi travolgere la figlia con un eloquio fiume che nulla sa esprimere».

Troppo pieno, troppo vuoto. Adele grassa, Adele magra. Chiara grassa, Chiara magra. Essere “Chiara e basta” è un’utopia? La costante ricerca di un equilibrio è per lei un’ossessione?

«Sì, è la mia ossessione. “Il grembo paterno” non è soltanto un racconto sui padri e sui figli ma anche su ciò che è maschile (chiamato in causa dal titolo) e quanto è femminile. Forse è anche un tentativo di aiutare gli uomini a comprendere la nostra sensazione di inadeguatezza. Spesso noi donne quando non ci sentiamo sul pezzo ci percepiamo grasse, sbagliate, in totale balia di quel disturbo dell’umore con cui dobbiamo sempre fare i conti. Per quanto mi riguarda sono riuscita a colmare in parte il mio gap tra Chiara grassa e magra grazie ad anni di analisi e di scrittura. Poi ci sono momenti in cui sto bene, altri in cui è ancora dura».

Forse nessuno può rispondere alla domanda “perché ci si ammala dentro”. Quel che è certo è che quella stessa vita che ci fa ammalare è la vita che può spingerci a guarire. Pensa sia così? Non è un caso che sua figlia si chiami Vita.

«Vita è arrivata con la forza di un miracolo e Vito si chiama anche mio padre quindi… Premesso ciò, il cuore del mio libro si traduce proprio nella spola tra presente e passato, un lasso di tempo in cui esiste la possibilità di trasformare l’amore ricevuto (che a volte può essere anche un abuso) in un amore diverso, più compatibile alle proprie esigenze. Io mi rifiuto di credere che tutto sia già scritto nell’infanzia, semmai l’infanzia è un cantiere sempre aperto».

La nascita di Frida, l’incontro con il pediatra Nicola che finalmente “bussa al sangue” di Adele… quanto sono importanti questi eventi?

«Rappresentano una rivoluzione. Riportano Adele indietro nel tempo e le consentono di fare pace con il proprio io fanciullo. Da sempre sostengo il motto “conosci te stesso”. Conoscere se stessi significa anche esplorare e rispettare il proprio corpo. Il corpo-cuore è una cosa sola».

La sua generazione, i figli cioè degli anni Settanta, è condannata all’eterna adolescenza?

«Sì, perché i nostri genitori non sono mai stati giovani e hanno lottato per non essere dei Senzaniente. E a noi oggi nulla basta. Forse ci basta solo il mare che, come scrivi a pagina 100, “non finisce mai e mai mi avrebbe messo alle strette per capire se mi sarebbe potuto bastare».

Chi sono i maestri d’amore tra le sue pagine?

«I figli. Adele che riesce a raffinare le emozioni del padre, Frida che dona ad Adele una misura nuova, una forma inedita di equilibrio. In fondo è proprio lei, ben prima e più di Nicola, a bussare al sangue di sua madre».

Signorina Ancora, come viene chiamata Adele, è un nome che calza a pennello alla sua generazione.

«È’ un nome ideale. Ma io sono ancor più preoccupata per le generazioni successive alle nostre ben rappresentate nel libro da Deliverù, diciottenne che io osservo facendo due passi indietro. E che mi appare vuota, smarrita».

Come si è sentita dopo aver scritto l’ultima parola de “Il grembo paterno”?

«Come dopo una seduta di analisi faticosa e dolorosa. Che poi però mi ha fatto stare molto bene».