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Al Museo di Castelfranco il visitatore si immerge in seimila anni di storia

Un nuovo allestimento delle sale dedicate a Simonini Il sindaco: «Le nuove tecnologie per coinvolgere il pubblico»

Il Museo Archeologico di Castelfranco dedicato ad Anton Celeste Simonini riapre le porte con un nuovo allestimento che consente di ripercorrere 6.500 anni di storia di insediamenti del territorio castelfranchese.

«Ripartiamo dalla Cultura. Questo intervento è stato possibile - dice il sindaco Giovanni Gargano - grazie al contributo finanziario di circa 200mila euro concesso dalla Regione Emilia Romagna e alla costante collaborazione della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio. Per avvicinare sempre più il museo alle persone in maniera innovativa non solo abbiamo pensato di raccontare la storia del nostro territorio ricorrendo alle nuove tecnologie informatiche: non solo abbiamo realizzato un percorso immersivo all'ingresso del museo ma abbiamo anche utilizzato un tag NFC, Near Field Communication, che, attraverso un sistema wireless, avvicinandosi per contatto alle vetrine su cui sarà posizionato, potrà consentire ai visitatori di scaricare contenuti e di salvarli sul proprio smartphone o tablet e a noi di raccogliere interessanti dati sulle visite al museo. È un sistema nuovo, a quanto ci risulta per la prima volta impiegato in un museo italiano. realizzato con la collaborazione di una startup modenese, la Pengo Idee onlife. La valorizzazione della cultura non si ferma con il museo: il prossimo imminente intervento riguarderà la riqualificazione del Teatro Dada».


«Oltre al nuovo logo - ha continuato l'assessore Leonardo Pastore con deleghe alla cultura e alla comunicazione - lo slogan che accompagna la riapertura del museo "è un mondo di storia vicino a te" vuole evidenziare la lunga storia di più di sei millenni del territorio castelfranchese raccontata attraverso i reperti esposti nel museo. L'utilizzo delle nuove tecnologie ci aiuterà a implementare con sempre nuovi contenuti e a diffonderla una comunicazione sempre più capillare a cui abbiamo già progettato di dedicare risorse».

«E' un museo dinamico - afferma Sara Campagnari, funzionario della Soprintendenza - che dal 1999 ha effettuato un'attività di recupero di reperti dal territorio e che prosegue, anche attraverso approfonditi studi e ricerche in collaborazione con docenti universitari e ricercatori. Questo ha consentito di approfondirne la conoscenza della ricca storia di questo territorio: ricordo ad esempio la "mansio", la stazione di sosta di età romana, ritrovata nel 2017 lungo la via Emilia, la cui massima espansione (più di mille metri quadrati) è riferibile ala seconda metà del I sec. d.C. Nel museo è stato esposto anche un recentissimo rinvenimento del 2020, avvenuto in corso Martiri, all'incrocio con via Garagnani: un grande stemma pontificio in arenaria, presumibilmente collocato sulla porta delle mura della città verso Modena. Mi preme sottolineare anche si avvale di molte altre collaborazioni: del laboratorio di restauro della Soprintendenza a cui si devono i restauri di tutti i materiali esposti, del Museo Civico di Modena, di quello di Spilamberto».

Abbiamo chiesto a Diana Neri, appassionata direttrice del Museo, quali sono le cose da non perdere nel nuovo museo in cui in cui sono stati esposti 504 reperti.

«Sarebbero tante ma voglio ricordare i reperti riferibili al Neolitico, rinvenuti a Piumazzo, all'interno di Cava Rondine, a testimonianza della presenza di comunità di allevatori nel territorio di Castelfranco fin dalla metà del V millennio, esposti per la prima volta, in particolare vasi a bocca quadrata il cui nome deriva dalla loro forma caratteristica, al momento la più chiara attestazione riferibile a questa epoca dopo gli scavi condotti ottant'anni fa in località Pescale (Prignano sulla Secchia) da Fernando Malavolti».

E ancora – sottolinea Neri - «Di grandissima rilevanza sono anche i 99 lingotti realizzati in una lega singolare di ferro e rame, da cui è assente lo stagno, rinvenuti nel 1897 nella frazione di Riolo all'interno di un grande vaso di forma globulare, un dolio, databili alla seconda età del ferro tra VI e V secolo a. C. Il loro nome, 'aes signatum' bronzo con contrassegno, è riferibile al contrassegno a forma di ramo secco che li caratterizza e che lascia ancora aperto il dibattito dibattuto sulla loro funzione: poteva essere una garanzia del valore del metallo del lingotto o poteva indicare il suo utilizzo come mezzo di scambio premonetale. Sono in corso ricerche in collaborazione con l'Università di Tubinga».

L'inaugurazione è prevista per domani dalle 17.30 con numerosi interventi presso la Sala Polivalente di Santa Maria Assunta, cui farà seguito alle 18.30 il taglio del nastro del museo.