Contenuto riservato agli abbonati

Cisco, 30 anni dopo dove tutto è iniziato: «Una festa-concerto al Kalinka di Carpi»

Il cantante celebra l’anniversario del debutto con un evento in programma domani sera 

Il nuovo anno di Stefano “Cisco” Bellotti parte domani, alle 21.30, dal Kalinka di Carpi, per continuare a festeggiare i suoi prima 30 anni di carriera. Ed è stato proprio a Carpi, una sera di febbraio del 1992 che un giovane cantante salì sul palco di un locale per iniziare quella che è diventata una lunga storia, un lungo viaggio, prima con i neonati Modena City Ramblers, poi da solista. Oggi, 30 anni dopo, quell’artista, Stefano “Cisco” Bellotti, ripercorre una carriera che lo ha portato a diventare uno dei più grandi esponenti del folk italiano. E lo ha fatto pubblicando un album, “Canzoni dalla soffitta”, che nasce in maniera forzata, vista la chiusura, il lockdown, l’impossibilità ad andare in giro a suonare e a fare il proprio lavoro.

«Sono un cantante che ha superato la cinquantina con trenta anni di carriera– spiega Cisco-. È un viaggio bellissimo, iniziato per caso. Ero alticcio quando sono salito su un palco di un locale di Carpi mentre suonavano i Modena City Ramblers, per cantare canzoni irlandesi". Un percorso, quello con i Modena, che si è interrotto 15 anni fa ma che continua con la carriera da solista.


Cisco, che concerto sarà quello del Kalinka?

«Il concerto vuole essere una sorte di festa collettiva dove ci si ritrova per esorcizzare il nuovo anno. La festa quest'anno la si può fare solo in minima parte per le restrizioni covid. Tutti seduti con le mascherine e distanziati e con il green pass. Cercheremo di creare un po' di allegria e di festa sul palco e dare un segnale per avere un anno nuovo ricco di musica e di buone cose per il nostro lavoro, anche perché siamo ancora all'anno zero. La scaletta comprende molte canzoni del nuovo disco, sia in studio che live, ma non mancheranno i miei cavalli di battaglia. Il pubblico canterà con noi con mascherina battendo le mani».

Il suo ultimo lavoro si intitola “Canzoni in soffitta”. Come è nato?

«Si tratta di un doppio album di ben 24 brani, 12 inediti frutto di collaborazioni di artisti del calibro di Phil Manzanera, Simone Cristicchi, Dan Chiorboli e Tamani Mbeya e altrettanti estratti da uno zaino musicale carico di tre decenni di esibizioni in giro per l’Italia e il mondo, un concerto per sole chitarre, armonica e voce. Tornando alla nuova uscita ho deciso di fare due dischi, uno registrato in maniera più classica, anche se classica non è stata data la necessità di mantenere le distanze e lavorare ciascuno nel proprio "home studio" e uno fatto di live, chitarra, voce e armonica, così come erano le performance che realizzavo quotidianamente dalla soffitta».

La sua soffitta, pochi metri quadri dove è racchiusa la sua storia.

«La soffitta è un luogo dove poter ritrovare vecchi ricordi. Così è stato anche per me, circondato da vecchi affetti che mi porto dietro dopo trent’anni di carriera musicale. “Canzoni dalla soffitta” è un disco che se da una parte parla un po’ dell’ultimo anno e mezzo, vissuto distanziati gli uni dagli altri, dall’altra parla di tutto ciò che nasce proprio dalla soffitta: un luogo in cui mi sono rinchiuso, in cui mi sono rifugiato, circondandomi di libri, strumenti e dischi, in cui è sorta l’esigenza di voler ricordare con le canzoni alcune storie".

E' vero che “Riportando tutto a casa” è la canzone più nostalgica che ha scritto?

«La considero tale. Io non sono uno molto nostalgico e cerco sempre di guardare avanti. Il passato cerco sempre di proporlo con uno sguardo verso il futuro. Questa canzone vuole semplicemente celebrare i miei 30 anni carriera e racconta delle persone che ho incontrato in questi anni, i musicisti che hanno suonato con me».

Ha detto che l'Emilia in cui è cresciuto non c'è più.

«Sono un emiliano al 100% e quando sono lontano dalla mia terra, sento il richiamo delle origini. Detto questo, sono cresciuto in una Emilia che non c’è più. Quella Emilia è sparita, come è sparita la solidarietà che vedevo negli Anni ’70, ’80. Non credo che sia dovuto ad un cambio di scenario politico italiano, è il mondo che è andato da un’altra parte. Egoisticamente ragioniamo su noi stessi. La gente è chiusa negli appartamenti, c’è sempre meno voglia di vivere la collettività. Noi crescevamo in cortile nel nostro quartiere a Carpi, che era denominato il “Cremlino”. Non c’erano i nostri genitori, erano operai ed erano a lavorare. Se però facevi il furbo qualcuno te lo diceva e magari prendevi uno scappellotto. C’erano occhi che guardavano e controllavano e ti educavano. Questa cosa non c’è più».