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Modena, Wainer Vaccari, l’originale artefice della figurazione che vive nel tempo

L’artista modenese espone alla Galleria Civica di Trento Un percorso tra figure enigmatiche di una nuova mitologia

In estate, al Mart di Rovereto, su invito dl presidente Vittorio Sgarbi, una mostra di Wainer Vaccari sul divino Raffaello, il pittore dei pittori, nell’ambito dell’esposizione “Picasso, de Chirico, Dalì. Dialogo con Raffaello”, per riflettere sul maestro urbinate in rapporto alla contemporaneità. Ora, ancora da un’idea di Sgarbi, e con la cura di Gabriele Lorenzoni, nasce la mostra “Certezze soggettive” dell’artista modenese a Trento presso la Galleria Civica. Vaccari ha sempre praticato la pittura figurativa, nella disciplina del segno e nella preziosità del colore. Una consapevole continuità dagli anni Ottanta a oggi, interrotta da una fase di ricerca, che va dalla fine degli anni Novanta al 2014, con la decostruzione dell’immagine, quasi infranta dalle sollecitazioni del suo sguardo verso il digitale e la fisica quantistica senza, tuttavia, mai perdere uno stretto legame con la pratica pittorica. Questo periodo nella mostra trentina non viene affrontato, in quanto si è voluto determinare un percorso dalla visione omogenea sulla universalità concreta dell’immagine e sul significato della verità umana.

Non erano mancate le tentazioni, tra gli anni ‘60 e ‘70, su consigli dell’artista modenese Lucio Riva, di incamminarsi sulla strada dell’astrazione, perché la pittura figurativa era allora quasi “bandita”, fuori tempo. Ma Vaccari non ha poi mai tradito la sua vera vocazione di pittore, tanto che dirà: “Io nasco pittore e muoio pittore, non lo faccio in ossequio di una teoria, ma in ossequio della mia libertà”. E quando si invocherà, agli inizi degli anni ’80, il “ritorno alla pittura”, consacrato nel 1984, con la Biennale di Venezia, nel clima della pittura “anacronistica” di citazione, di rievocazione, di travestimento, Vaccari segue la sua strada, con un linguaggio di autentica identità, di splendore. L’opera assume, già da quegli anni, dopo il dialogo con le matrici storiche, della tradizione, con la “Nuova oggettività” tedesca, in particolare di Cristian Shad, portata a Modena. negli anni ’60, dal mercante d’arte Mario Roncaglia alla Galleria Mutina, connotazioni di singolarità, attualità, di meraviglia, partendo dai numerosi ritratti, dal 1974 al 1980, traendo i volti dalla riviste del tempo. La mostra, di oltre 30 dipinti e di una selezione di disegni, rivela l’autonomia di una pittura figurativa, con scene anche di andamento narrativo, insoliti accostamenti, dal ludico al serio, dall’ambiguità alle mutazioni. L’arte si apre ad uno spazio avventuroso, ad episodi, a gesti non generici, tanto che i personaggi (con rimandi anche a ritratti dell’artista e della moglie) assumono, nelle loro azioni, i travestimenti gli atteggiamenti di tuffatori e tuffatrici, cercatori, mercanti, sonnambuli, viandanti e poeti e sembrano addirittura cercare un rapporto problematico con la realtà. Le immagini mettono a frutto l’enigmaticità di situazioni e figure, e pure di paesaggi, come memoria dei luoghi in cui Wainer è vissuto da ragazzo. Si passa dalla perfezione del visibile alla logica dell’assurdo, con figure chiuse nella loro irrimediabile diversità e piegati ad una curiosità, ad una tristezza che si fa misteriosa (Giardiniere notturno). E non prive di una componente di follia che ha accompagnato, da sempre, la vicenda dell’uomo. Si registrano desideri di evasione (La ronda; Di giorno e di notte), di sensualità (la donna dei pescatori), di scavare nella terra, come necessario scavo nella propria individualità, di esprimere quel sapere misterico del rurale-pagano trovato nell’infanzia nella Svizzera tedesca, attraverso l’autoritratto del 1982, dove il dio Pan è avvinghiato al torace dell’artista e gli morde il petto all’altezza del cuore, di indicare, nell’esuberanza grottesca dell’immagine, metamorfosi e mostruosità dell’uomo (Un giorno da minotauro). L’artista, che pare creare figure di una nuova mitologia, resta fedele a questo mondo sublimale, anche quando, dal 2016, fa rivivere le sue antiche “creature”, a cui porta (come ha messo in luce nel 2017 la mostra alla Galleria di Emilio Mazzoli) una valenza formale sempre accorta, in un tessuto pittorico che si va qualificando, con dati realistici e fantastici, di spessori emozionali, con la luce che penetra nei giochi di cromie. L’artista ha imparato a convivere, con intelligente strategia, con i suoi personaggi che vivono ancora situazioni paradossali (Nella valle degli Elvezi; Nelle terre dei Gonzaga), ponendo in luce la dimensione del problematico sentire e agire umano che non può non essere chiamato in causa in una stagione inquieta, come quella che stiamo vivendo.


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