Contenuto riservato agli abbonati

Sadoleto Quarantine, diario del lockdown: puntate “corte” per giornate lunghe

Silvia Sitton ha ricavato dall’esperienza un divertente libro. «L’isolamento? È paragonabile a un elastico tirato»

«L’isolamento è come un elastico tirato, di cui non riconosci più la forma iniziale e nemmeno sai quanto ancora lo puoi tirare prima che si spezzi». Ecco la pandemia, nell’immagine, perfetta, che Silvia Sitton ha disegnato nel suo «Sadoleto Quarantine. Puntate molto corte per giornate molto lunghe» appena pubblicato da il Dondolo, la casa editrice digitale del Comune di Modena diretta da Beppe Cottafavi. Un diario Covid, scritto senza sconti, di giornate passate in isolamento. Un mémoire dove un’immagine via l’altra si fa strada la rappresentazione terrena e quotidiana di un virus che si è insinuato nelle case di tutti come un abusivo che non se ne vuole più andare. Si fa presto a dire pandemia, ma se uno non c’è passato, perché nel frattempo, per dire, era nello spazio, o perché farà parte della fortunata schiera dei posteri, mica è cosa semplice spiegare, davvero, che cos’ha significato stare rinchiusi, vivere mascherati, gli uni, rigorosamente, lontani dagli altri. E Silvia Sitton, che di recente s’è ritrovata positiva e dunque ha sperimentato l’esperienza dell’isolamento, s’è presa questa briga. Modenese, economista con studi classici, si occupa di rigenerazione urbana e politiche abitative per il Comune di Modena e per diversi altri soggetti del territorio, fra cui l’Archivio di Cesare Leonardi. Scrive per vocazione e per passione, ma soprattutto per piacere. E autrice di un blog, di una serie di racconti, è membro della redazione della rivista «La Fionda», fa parte del comitato direttivo di OvestLab, una ex officina del Villaggio artigiano di Modena ovest trasformata in «fabbrica civica», in cui si intrecciano arte, artigianato, rigenerazione urbana e partecipazione dei cittadini.

Quando ha deciso di tenere un diario?


«A ottobre ho saputo di essere risultata positiva, insieme a mio figlio Michele 12 anni. Dopo i primi momenti che sono serviti per organizzarci – io e lui ci siamo trasferiti in un appartamento d’appoggio per non contagiare il resto della famiglia – ho realizzato che sarebbe stata un’esperienza estrema, che valeva la pena raccontare. O meglio, fissare, in qualche modo, per non dimenticare».

Perciò ha preso carta e penna.

«Ho cominciato a scrivere a mano su un foglio di carta di recupero, di quelli che servono per avvolgere le scarpe, che poi ho appeso al muro. All’inizio scrivevo soprattutto la sera, poi mi sono resa conto che scrivevo cose cupe. Dopo un po’ ho iniziato a scrivere la mattina, dopo colazione, oppure dopo pranzo, e al computer, perché il foglio di carta dove avevo iniziato era molto delicato».

Si è guardata da fuori, chiusa dentro...

«Mi sono ritrovata in un’altra dimensione, ho vissuto uno sdoppiamento. Vivevo un tempo sospeso, in cui potevo solo galleggiare, stando rinchiusa, in assenza di una via d’uscita. Un’esperienza molto forte. Mi sono data delle regole (vietato correggere, vietato cambiare, vietato cancellare) perché volevo verificare se rileggendo le pagine, un giorno dopo l’altro, si sarebbe notata una certa progressione del pensiero. La mia tesi era che l’isolamento, che produce effetti visibili (il viso impallidisce, le pupille si annacquano, i capelli si afflosciano), lascia strascichi anche nella testa. E le parole di questo diario lo avrebbero dimostrato».

Come pensa che ci cambierà, se ci cambierà, la pandemia?

«Nel mio diario ho fatto un racconto di un’esperienza particolare, non universale. Non è altro che una voce. Però sono già quasi due anni che stiamo vivendo in modo diverso, disabituandoci ad avere relazioni dirette col prossimo. Per quanto mi riguarda credo che questo svuoti la vita di significato e forse sarà necessario rieducarci, poi, per rimetterci di nuovo in contatto con le persone in modo rilassato. Avere a che fare gli altri consente agli individui di evolvere. È come se l’evoluzione di ciascuno di noi, in un certo senso fosse stata congelata». L’autrice ha scritto su una striscia di carta larga 29 cm e lunga 166 cm che poi ha appeso al muro della stanza dove ha vissuto gran parte dell’isolamento. «Sembra un quadro – ha scritto –. Penso che lo lascerò lì appeso, come L’urlo di Munch».