Quel “viaggio in treno” che si è trasformato in insolita commedia umana

Baraldini e un romanzo di intrighi e di arguzie narrative  Personaggi strambi tra peripezie, stravaganze e misteri 

Michele Fuoco

Una vita avventurosa, tra il grottesco e il dramma, ironia e commozione, irriverenza ed ossequio, porta “Il viaggio in treno”, nuovo romanzo di Francesco Baraldini, pubblicato da Artestampa (pp. 226, euro 16), con illustrazioni di Antonella Battilani. Naturale la capacità dello scrittore modenese di cogliere vicende e risvolti curiosi in un viaggio reale e nel tempo, nel recupero anche di remote presenze. E’ il signor Tale (senza dimenticare che “tale” in inglese significa racconto) a prendere il treno per recarsi a Porto Arguzia, dove si tiene l’annuale Festival del Calembour, del gioco di parole, di cui è un abile praticante. Punta a vincere il primo premio per battere il suo acerrimo rivale, il dott. Calpurnio, che vuole avvalersi dello scorretto ausilio del filologo Fulgenzio. Ma il treno non arriva a destinazione perché bloccato da una frana. Necessario per il sig. Tale e per gli altri suoi compagni di viaggio fermarsi in un borgo. E qui che emergono peripezie, fatti stravaganti, misteri, e ognuno pare costretto a fare i conti con i propri sentimenti, dubbi e bugie. Affiora, talvolta, un passato inconfessabile, capace di incrinare esistenze apparentemente tranquille. Così si trova nel borgo “Il Mignatta”, criminale ingiustamente incarcerato, marito segreto della signorina Macramè, spogliarellista romantica, che tenta di liberarlo. Il “defunto” poeta DagobertSouriant, idolo di Cala d’Oblio e capostipite di numerosi Dagoberti, ha una grande ascendenza sulle donne. Trama vendetta il giornalista Italo Menabò, ferito da profonde pene d’amore. I proprietari e i dipendenti della Pensione Armonia, dove soggiornano il sig. Tale e combriccola, si riveleranno immersi in misteriose scomparse. Lo scrittore avvera un’ansiosa volontà di conoscenza, in un emozionante susseguirsi di colpi di scena, facendoci riflettere sulla condizione umana e sull’insensatezza del vivere, su cui si proietta l’ombra minacciosa del destino.


Un libro con tanti personaggi…

«I personaggi arricchiscono la storia di sempre nuove situazioni, di vicende. Anche quelli marginali nascondono dei misteri».

Perché la scelta di strambe figure?

«Ho scelto figure che sembrano volersi staccare dalla realtà che è noiosa. Per esempio, Erlingo Stingo si presenta come smacchiatore per la ditta “Lavavia”. In realtà è una sorta di sicario che fa pulizia di delinquenti, punendo con la morte i criminali».

Perché ricorre a nomi strani di luoghi?

«Perché la gente si diverta a capire quali sono i luoghi dove ho trascorso momenti felici della mia vita. Questi luoghi li voglio rivivere attraverso la scrittura. Se impiego un anno per scrivere un libro, è come risiedere per quel periodo nei luoghi a me cari a cui do nomi di fantasia. Ciò vale anche per i nomi di persone. Mi diverto ad inventare le loro vite. I nomi strani inducono i lettori anche a pensare. Sono legati alle vicende e al modo di comportarsi dei personaggi, come Marianne Macramè, il cui nome richiama il tessuto di un vestito che, bagnato, consente di vedere in trasparenza”.

Quale personaggio le è più caro?

Provo molta simpatia e nostalgia per la tigre, che sostanzialmente attraversa tutto il romanzo. Attira, respinge, scompare. La tigre è il destino. C’è una strana attrazione tra la tigre e Macramè, tanto che quando la donna fa la danza di Salomè e sta per far cader l’ultimo velo, l’animale infrange una vetrata per rimetterglielo addosso».

Come ha concepito gli intrighi?

«L’idea di un libro può avvenire mentre sono in macchina, seduto su una panchina del parco o in altro luogo. Basta una piccolissima cosa ad entrarmi in testa per poi ingigantirsi e diventare racconto, storia, un libro intero. Una volta Lucio Dalla mi stupì quando disse: “certe canzoni sono nell’aria, ad un certo punto piovono giù e trovano qualcosa. Se trovano la mia testa entrano e io le elaboro”. Questo mio racconto è molto complesso e la complessità è determinata dal suo svolgersi nei particolari».

Quanto c’è di reale e di fantastico nel libro?

«Di reale sono le ambientazioni, i luoghi dove sono stato contento e rivivo con piacere personale anche nel libro».

In quale filone letterario si può collocare questa storia?

«E’ una storia un po’ surreale. Una piccola commedia umana, ma tutto ciò che succede nel borgo viene ribaltato».

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