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Modena, le confessioni di Daria: «Ho seguito l’istinto per condividere i miei cambiamenti»

“Libri che mi hanno rovinato la vita” esce oggi per Einaudi Un racconto intimo e sincero tra letteratura ed esistenza

MODENA. Daria Bignardi torna in libreria da oggi con Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici (ed. Einaudi, pagine 176), un viaggio attraverso le letture che l’hanno segnata, cambiata e accompagnata nel corso della vita. La scrittrice ferrarese si confessa in modo intimo – dalle bugie adolescenziali agli amori fatali, fino alle ricorrenti malinconie – narrando l’avventura temeraria e infaticabile di conoscere sé stessi attraverso le proprie zone d’ombra. La copertina, per altro riuscitissima, è dell’illustratore ferrarese Emiliano Ponzi.

In queste pagine note biografiche e romanzi grandissimi si intrecciano. Episodi di vita perduti, storie dimenticate, paure, aspirazioni e delusioni, accompagnano il lettore anche alla scoperta di sé..


Quando è nato il libro?

«È nato da un’ispirazione improvvisa alla fine dello scorso inverno. Ho cominciato a scrivere e non ho più smesso. Poi, come sempre, ho capito che era lì dentro da sempre che aspettava di uscire e che io gli dessi una forma. Non era un libro che avevo previsto di scrivere, anche se ora mi sembra la puntata che mancava a Non vi lascerò orfani».

In “Febbraio” fa i conti con se stessa, con quello che sa e con quello che avrebbe voluto saper fare. È stato faticoso mettere nero su bianco quei pensieri?

«Sì è stato faticoso e a tratti anche doloroso ma molto bello. Mentre scrivevo le ultime trenta pagine ero euforica, come il detenuto delle barzellette che fa un buco nel muro della cella e attraverso un tunnel scavato con le mani spunta alla fine all’aperto e trova un paesaggio inebriante, libero e assolato. È sempre interessante dare un nome alle cose e soprattutto inventarsi il modo per raccontare una storia».

Si è mai chiesta come sarebbe andata la sua vita se non avesse avuto la passione per la lettura?

«Sì! Me lo sono chiesta e me lo chiedo anche nel libro. Quando avevo sette o otto anni mi sarebbe piaciuto fare danza classica ma mia madre non era d’accordo. Gli sport o le discipline che avevano a che fare col corpo non erano contemplate nella nostra famiglia. Il fatto che io per dieci anni abbia passato interi pomeriggi a leggere sul divano sembrava normalissimo, anzi scontato. Per fortuna erano invece visti con simpatia almeno i piaceri della carne».

Parla spesso di Celestino, protagonista di un libro per bambini che l’ha fatta sognare. Quei colori sono stati un’ancora di salvezza nei momenti bui?

«Ah, Celestino e la sua fragola, il mio primo amore! Avevo cinque anni quando ho letto quel libro, anzi guardato, perché erano soprattutto figure, e mi ricordo ancora gli slanci amorosi che provavo per il prato assolato pieno di margherite, ranuncoli, api e farfalle, e per gli occhi azzurri e felici di Celestino, che era un bambino di due o tre anni che viveva felice in una casetta col giardino. La natura e l’arte aiutano sempre, credo sia così per tutti».

In “Aprile” cita film che hanno avuto importanza nella sua vita ma che rivedendoli a distanza di tempo non le hanno fatto lo stesso effetto di una volta. È successo anche con in libri?

«Sì, è successo con molti libri che da ragazza ho letto con esaltazione e ora quasi non riesco a rileggere perché li trovo faticosi, assolutisti, ridondanti. Ma come facevo? Ma anche questo credo capiti a tutti. Ieri un amico che fa il professore universitario in America e ha visto il titolo del mio libro mi ha mandato un messaggio: “A me l’ha rovinata Herman Hesse, maledetto”. Ma capita anche il contrario: opere che da ragazza non mi avevano toccato oggi mi esaltano, come Guerra e pace o Il grande Gatsby».

È stato difficile scegliere quali autori e testi da inserire nel libro?

«No mi sono lasciata guidare dall’istinto, ho seguito le emozioni, secondo una tecnica di scrittura che Annie Dillard chiama “seguire le api”. Da un’ape all’altra, senza chiederti dove stai andando, e poi alla fine trovi il miele».

Sua madre l’ha protetta dai “pericoli” della vita all’aria aperta, lei ha protetto i suoi figli da certi libri?

«No, io ai miei figli ho lasciato leggere tutto quello che volevano, tanto ogni persona soffre per cose diverse, e nessuno può proteggerci credo, se non essendoci quando serve. Certo, se avessi visto in mano a mio figlio o a mia figlia Il demone meschino di Sologub quando avevano tredici anni avrei provato a farlo sparire. Ma magari loro si sarebbero impressionati per tutt’altro. Una delle tante cose affascinanti del leggere è che è qualcosa di molto intimo e personale».

In che senso?

«Ognuno ha un rapporto diverso con quello che legge, e un libro non fa mai lo stesso effetto a due persone. Magri simile, ma mai uguale, perché quello che passa tra lettore e scrittore è unico e ha a che fare con tante cose: il momento in cui stiamo leggendo, chi siamo. Questo libro parla proprio di questo, di quanto i libri siano incontri che ci influenzano, ci cambiano, magari ci fanno anche male, ma sempre in modo intimo e personale, non intellettuale».

L’infanzia, gli anni Ottanta, le fughe e i ritorni. Cosa si porta dentro della “sua” Ferrara?

«Amo Ferrara, mi porto dentro la luce gialla dei lampioni che illuminano le vie del ghetto la notte, il fruscio che faceva la mia bici sulla neve, da ragazza, quando tornavo dal cinema Boldini, il sole che batteva in gloria a marzo nel grande prato di fronte alla Certosa il giorno del funerale di mia madre, la prospettiva di corso Ercole d’Este quando la imboccavo al mattino per andare al liceo Ariosto in via Arianuova. Allungavo la strada, e mi svegliavo dieci minuti prima, pur di passare da lì. E poi la magia del pasticcio di maccheroni, che quasi mi commuove: solo un ferrarese può capirmi».

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